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Anno III - N° 2 - Maggio 2003

L’articolo del maestro




Per l'adolescenza: psicanalisi o analisi del sé?
Tommaso L. Senise


Relazione tenuta al Congresso della Società Italiana di Neuropsichiatria Infantile, San Marino 1980, e pubblicata su Gli Argonauti, 19, fasc.9

L’adolescenza è un processo relativamente poco studiato in modo diretto dagli psicoanalisti, in quanto pochi di essi assumono in analisi un adolescente, stanti le difficoltà che questi solitamente presenta ad un trattamento fondato sull’interpretazione di transfert, nell’ambito di un setting rigido e ben determinato dalla teoria della tecnica psicanalitica. Ciò nonostante, ritengo che la psicoanalisi ci fornisca gli strumenti per mettere a punto una tecnica psicoterapeutica efficace e che non esponga a rischi di regressioni pericolose o ad abbandoni traumatici e fallimentari. Di questa tecnica, finalizzata all’analisi del sé, facciamo uso, io ed alcuni colleghi, con i quali l’abbiamo elaborata sul campo di lavoro; di essa certamente si servono anche altri, e tutti, penso, siamo interessati ad una sua sistematizzazione teorica, cioè ad una codificazione che permetta di comprendere attraverso quali meccanismi psicodinamici essa agisca nel determinare o agevolare in profondità movimenti maturativi strutturali.
Partirò da alcune considerazioni teoriche, per giungere ad una definizione globale del tipo di relazione che costituisce il nucleo intorno al quale si muove il processo terapeutico.
Premetto un richiamo ai concetti di ”sé” e di ”processo di individuazione”, in quanto ad essi farò continuamente riferimento.
Il sé è l’io vissuto come oggetto dall’io soggetto. Secondo Jacobson (1954) ”costituiscono il sé : lo stato e le caratteristiche, le potenzialità e le capacità, i pregi e i difetti dell’io fisico e psichico; cioè, da un lato, del suo aspetto, della sua autonomia e fisiologia, della sua motricità; dall’altro, dei suoi sentimenti e pensieri, consci e preconsci, dei suoi desideri, impulsi ed atteggiamenti, delle sue attività mentali”.
Il vissuto dell’immagine globale ed unitaria del sé costituisce l’identità personale.
Chiamiamo processi di individuazione (personation di Racamier,1961), quei processi endopsichici che consentono la costituzione soggettiva della propria identità, come immagine della persona nella sua totalità. Tali processi presiedono preliminarmente alla costituzione del primo abbozzo dell’io, il quale, successivamente, in funzione della sua stessa attività, differenziazione ed edificazione, li agisce per fondare, sviluppare e mantenere un particolare” schema di riferimento” (Spieghel), il sé, principio organizzativo ed integrativo che consente un vissuto permanente ed unitario della propria identità personale. I processi di individuazione consentono la costituzione, la permanenza e la continuità del sé come un interno, pur nel suo continuo modificarsi nella sua rappresentazione spazio-temporale, in funzione del divenire dialettico delle relazioni dell’io, sia intrasistemiche e intersistemiche (io, es, superio) che oggettuali esterne.
La nozione del sé è sia un dato del nostro vissuto concreto (il sentimento di sé), sia una delle funzioni dell’io. In quanto funzione dell’io, il sé si costituisce e si svolge come schema continuo e permanente di riferimento, come un filmato speculare dell’io emotivo e pensante, corporeo ed agente, relazionalmente inserito con la realtà con cui è in rapporto.
Nel 1958 A. Freud nel suo scritto l’”adolescenza”, rilevava come tutti gli esperti analisti che operavano in questo campo, denunciassero che, di solito, gli adolescenti resistano all’analisi. Tale constatazione è ancora valida. Ella paragonò le loro resistenze alle difficoltà che si incontrano con i pazienti adulti, durante i periodi di lutto e di amori infelici, e colse l’analogia tra questi stati e la situazione emotiva degli adolescenti.
Certamente il processo di disinvestimento degli oggetti d’amore infantili, lungo, drammatico, discontinuo, disseminato di fallimentari e pur necessari tentativi di reinvestimento, induce una continua intermittenza di stati luttuosi, resi spesso torbidi e confusi dall’emergere di difese antidepressive inadeguate e primitive. Ai vissuti di lutto contribuiscono in modo determinante anche gli spostamenti continui della libido narcisistica, nel senso che parti o aspetti del sé disinvestiti a favore di altre e nuove parti o aspetti del sé, determinano perdite anch’esse luttuose. In quanto alle analogie con gli stati da amore infelice, mi viene fatto di riflettere che, paradossalmente, proprio in un momento in cui aumenta il narcisismo, l’io viene a trovarsi con un sé, oggetto d’amore volubile e bizzarro, che dà poco affidamento per un investimento stabile e gratificante, stanti le sue oscillazioni nel riflettere, ora il vuoto, ora una onnipotente grandiosità, ora una mortificante degradazione.
Le modificazioni strutturali dell’organizzazione psichica che portano ad un rimodellamento dell’io e del super-io, seguono strade accidentate, tortuose e contraddittorie, inducendo episodi di ansia, tensione, confusione e disorganizzazione, a cui corrispondono concomitanti e conseguenti cambiamenti nei vissuti dell’immagine di sé e quindi dell’identità personale. I processi di individuazione vengono messi a dura prova; essi, ancora inadeguati nella loro immatura modalità investigativa, sono resi ancora meno efficaci dalla perdita di validità delle immagini rimandate dagli adulti, prima essenziali al processo stesso di individuazione, ora perché questi, gli adulti, non comprendono l’adolescente, rimangono effettivamente immagini falsate, ora perché, disinvestiti o ambivalentemente investiti, o peggio e spesso, disprezzati da lui, diventano non più attendibili. L’io non può fare a meno di usare i processi di individuazione per avere una continua e puntuale consapevolezza di sé; ma minacciato dalla grave frustrazione o dal panico che gli deriverebbe dalla coscienza della sua incapacità, a trovare una coesione ed interezza, e a controllare efficacemente le forze pulsionali in gioco, minacciato dal pericolo di perdere il senso della propria continuità storica, per l’avvicendarsi di momenti di progressione, di stasi e di regressione, spesso li sospende, inibisce o indirizza settorialmente.
L’inadeguatezza dei processi di individuazione e la loro frequente sospensione, inibizione o settorialità, ci aiutano a comprendere sia alcune manifestazioni tipiche dell’adolescenza, sia il fatto che, in questo periodo evolutivo, le tensioni, le ansie, le angosce, le depressioni, connesse ai momenti regressivi, al riemergere di conflittualità infantili, ai luttuosi disinvestimenti di oggetti interni ed esterni e di parti del sé, tendono a confluire e a coagularsi intorno ad interrogativi centrali che hanno per oggetto i vissuti del sé e dell’identità personale: ”chi sono?, cosa mi accade?, che senso hanno e cosa sono le mie relazioni con gli altri e con me stesso?”.
Tra le manifestazioni più o meno collegate ad attività difensive contro l’uso di processi di individuazione, indicherei tutte quelle in cui l’adolescente ci si presenta come dimentico di sé, o, come annullato in rapporti con uno o più oggetti, i cui confini non sono più avvertiti come distinti dai confini dell’immagine del sé: stati di ebetudine o di stupidità, stati sognanti, di stupore attonito, di distacco ed inerzia, di assenza ed indifferenza; immergersi nella musica, perdersi in un liberi identificarsi fusionalmente e passivamente con un gruppo, un amico, un personaggio reale o immaginario; vagabondare trasognato senza meta,”stravolgersi” con l’alcool o con la droga. Nell’uso settoriale dei processi di individuazione, l’investigazione introspettiva si limita alle informazioni su pochi investimenti o rapporti privilegiati che finiscono per occupare tutto il campo della coscienza e dell’attività conseguente dell’io: un amore, uno sport, una religione, un’ideologia politica, un campo culturale specifico, etc… L’immaturità dei processi di individuazione contribuisce all’uso di difese primitive che determinano altri vissuti caratteristici dell’adolescente: entusiastici, mistici, megalomanici, eroici, di commossa partecipazione viscerale; oppure, di malinconia, annichilimento, autodisprezzo, impotenza e incapacità, cinismo e insensibilità.
Dice Edith Jacobson: ”ciò che conferisce un tono particolare alle oscillazioni e manifestazioni dell’adolescente, è la drastica ricostituzione delle difese determinata dalla necessità di controllare e verificare le crescenti esigenze delle forze istintuali… Il parziale crollo transitorio del super-io e delle barriere repressive determinano gli aspetti regressivi delle operazioni difensive. L’adolescente può di nuovo fare appello a difese primitive come la negazione e a meccanismi infantili di introiezione e proiezione”.
La graduale maturazione dei processi di individuazione procede di pari passo con il lavoro di ricostituzione e rimodellamento dell’io e del super-io ed i due processi sono interdipendenti. Quanto più è corretta la funzione del sé, tanto più è agevolata la ricostituzione dell’io e del super-io, quanto più la loro riedificazione è matura, tanto più i processi di individuazione diventano efficaci per una buona edificazione del sé. Nell’adulto maturo e normale tra io e sé si determina una mutazione permanente e continua che permette all’io soggetto di viversi come oggetto in rapporto: con se stesso, con le istanze sistemiche e con la realtà esterna; e, di trarre da tale vissuto le informazioni, la cui elaborazione gli consente di scegliere le iniziative e le modificazioni di rapporto, ritenute più opportune tra le possibili, nei limiti in cui la modulazione dei suoi processi di organizzazione e di integrazione, gli consentono di conservare la sua coerenza ed unità.
Nell’adolescenza vi sono grandi mobilità e ampie oscillazioni di tono della libido e della distruttività (dall’inerzia e dall’indifferenza alla mobilitazione intensa di attenzione ed interesse, dall’apatia e dalla sonnolenza alla effervescenza emotiva ed intellettuale, dalla molle passività all’impegno agonistico, alla danza sfrenata, alla concentrazione creativa, dalla remissività acquiescente alla ribellione violenta, dall’amore all’odio e viceversa); c’è il riemergere disordinato di tematiche pulsionali e conflittuali del passato e l’uso improvviso di difese primitive ed inadeguate. Tutto ciò rende frequentemente l’io fragile, disorganizzato, confuso; in queste condizioni, l’autoinvestigazione attraverso i processi di individuazione da parte dell’io non può determinare che informazioni, da una parte, confuse e contraddittorie, e, dall’altra, falsate dalle deformazioni difensive; la fonte stessa delle informazioni a cui l’io attinge (se stesso come oggetto) per alimentare la costituzione ed il mantenimento del sé, quale schema di riferimento che gli è indispensabile, essendo inquinata, conseguentemente tutta la funzione del sé ne viene ad essere alterata e resa ingannevole. Il vissuto dell’immagine di sé non rispecchia la situazione effettiva dell’io. Da ciò i disturbi dell’identità, gli errori di valutazione sulle proprie capacità, la difficoltà a proiettarsi correttamente nel futuro, a formulare programmi e a definire prospettive realistiche; da ciò la difficoltà a determinare senso e valore dei propri investimenti, a operare un corretto esame della realtà, contaminata dalle proprie proiezioni e da altri meccanismi difensivi.
Ho portato la vostra attenzione soprattutto sui processi di individuazione, perché risultasse la propria importanza nel determinismo delle manifestazioni, dei sintomi e dei disturbi inerenti, sia a momenti di crisi connessi alla fase evolutiva, sia ad una patologia che affondi le sue radici in guasti dei periodi precedenti. È dal superamento o dalla risoluzione del momento critico o dei vecchi nuclei patogeni, che dobbiamo aspettarci il ristabilirsi della normalità e la progressione verso la maturità. Ma la normalità adolescenziale non è di per sé, direi fisiologicamente, costituita da un quadro che rispecchia un profondo turbamento dell’organizzazione psichica, che è pur sempre la risultante di un processo storico iniziatosi ancor prima della nascita?, e la progressione verso la normalità e maturità adulta, non avviene attraverso, e, nonostante, questo profondo turbamento?, e, non sono la grande maggioranza degli adolescenti, destinati a diventare adulti cosiddetti normali?
Allora quando siamo chiamati ad intervenire in una situazione di patologia o apparente patologia adolescenziale, come ci porremo nelle prospettive diagnostica, prognostica e terapeutica?
Sembrerebbe logico dover valutare il grado si strutturazione, la forza e l’invasività dei nodi conflittuali e complessuali infantili individuabili; esplorare il vissuto del sé; saggiare le capacità introspettive, l’attività e l’uso dei processi di individuazione; cercare di rendersi conto della forza dell’io, della sua storia, dell’entità dei suoi spazi sani, della sua dotazione originaria; cercare di capire il potere d’incidenza di un’eventuale realtà esterna disturbante. Dalla elaborazione di questi dati e impressioni, ci dovrebbe orientare sulle probabilità di superamento spontaneo delle difficoltà che si sono manifestate e su quelle di una prevedibile progressione verso irrigidimenti strutturali di quadri nevrotici, narcisistici, borderlines, psicotici.
Ma se il bisogno di rispondere a questi interrogativi dovesse caratterizzare il nostro approccio con un adolescente, o non otterremmo le informazioni necessarie o, ottenendole, non potremmo utilizzarle per un’efficace presa in carico. Infatti l’angoscioso ”chi sono?” dell’adolescente è sempre, in parte, anche proiettato all’esterno, per cui egli sente, specularmente, che chiunque si interessi a lui si chiede: ”chi è costui?”. Parallelamente i motivi che lo inducono a difendersi dal riconoscersi, diventano motivi per non farsi riconoscere e, tanto più da un medico o psicologo a cui viene, per lo più, condotto dai genitori proprio perché lo riconosca. So bene che la situazione è più complessa, ma a me preme portare la vostra attenzione su questo aspetto che ritengo essenziale e sempre presente, in misura maggiore o minore, in ogni adolescente in crisi. E’ evidente che se questo aspetto è prevalente, non otterremo informazioni utilizzabili, o perché egli rifiuterà l’indagine, o perché cercherà di manipolarci per apparire quanto ritiene più conveniente per lui in quel momento. Se invece su tale aspetto prevale il sentimento cosciente di un bisogno di aiuto, la nostra posizione investigativa, finalizzata alle normali mete di una consultazione medica (diagnosi, prognosi, terapia), indurrà, appunto, una medicalizzazione del rapporto; ciò comporterà che il soggetto, divenuto paziente assumerà come malattia i disagi della sua crisi, ci descriverà le sue sofferenze e, a volte, i suoi problemi di superficie, come un ammalato organico ci descriverebbe i suoi sintomi, o ci denuncerà i veri o presunti errori degli altri (genitori, parenti, insegnanti, amici, patners amorosi), come le cause della sua malattia, e si aspetterà passivamente da noi medicine, parole magiche, interventi, atti a guarirlo della sua malattia o ad eliminarne le cause esterne. Tutti sappiamo che questo tipo di aspettativa è fallimentare. Pertanto sembra evidente che gli scopi che devono informare la nostra relazione professionale, anche solo iniziale, non possono essere quelli diagnostici, prognostici, e di indicazione terapeutica; questi non vanno trascurati, ma vanno perseguiti in modo indiretto e attraverso un investimento attivo degli stessi, da parte dell’adolescente.
Abbiamo visto come l’evoluzione adolescenziale e la sua patologia possa anche essere seguita e compresa attraverso l’investigazione e la conoscenza dei processi di individuazione e che l’uso adeguato di questi è essenziale alla promozione dei processi di maturazione : Diventa allora opportuno, io affermo “indispensabile”, che noi ci poniamo in rapporto con quegli aspetti e quelle attività dell’io dell’adolescente che presiedono ai processi di individuazione: come fare?
Il sé e l’immagine di sé essendo il risultato dell’attività di tali processi, essendo la maggiore o minore coincidenza tra sé ed immagine di sé l’indice del buono o cattivo funzionamento di essi, cercheremo di perseguire una conoscenza dell’immagine di sé, per risalire allo stato del sé e, possibilmente, per agire sull’io per un uso sempre più corretto ed adeguato di questi processi.
”Chi sono?” è l’interrogativo presente in ogni adolescente; la risposta più o meno definita e confusa che egli si dà, è l’immagine che egli ha di sé. Noi vogliamo conoscerla, per indurre nella sua organizzazione psichica un uso migliore dei suoi processi di individuazione; di questi il suo io non può fare a meno e con essi deve continuamente fare i conti sulla base della correttezza o meno delle informazioni che riceve. Se noi riusciamo a ottenere che l’adolescente ci scelga come strumenti da utilizzare per un uso più conveniente di questi processi, egli cercherà di trasmetterci l’immagine che ha di se stesso e, ciò facendo, ci darà anche modo di capire quali strumenti l’io usa, e come, nella sua relazione con se stesso. Come indurre questa scelta?
La prima operazione è una corretta identificazione a lui, empatica e globale, ma più selettiva e puntuale nell’ambito e nel limite della sua relazione tra io soggetto e io oggetto; la seconda è di promuovere in lui una controidentificazione a noi, identificati con lui, specificatamente nell’ambito selettivo di cui sopra, dando luogo così ad un effetto specchio, già di per sé fondante per una relazione psicoterapeutica: infatti, in tal modo, il luogo e il tempo della seduta diventano un momento privilegiato di riflessione e di investigazione da parte dell’io soggetto sull’io oggetto. Per un certo tempo, che potrà essere più o meno breve a seconda che gli spazi liberi dell’io siano più o meno ampi, noi rispecchieremo all’adolescente, il più esattamente possibile, l’immagine che egli ha di se stesso e gli rifletteremo, per quanto in noi, le modalità investigative attraverso le quali egli è giunto o giunge a quell’immagine di sé. Gradualmente e, partendo dalle nostre identificazioni globali e selettive, attraverso il loro recupero e la loro elaborazione, giungeremo a due ordini di conoscenza: da una parte, le anomalie specifiche dei processi di individuazione e del loro uso, le difese che l’io mette in atto contro di essi e l’origine delle minacce che le promuovono; dall’altra le zone, le attività, i processi dell’io, toccati o saggiati e subito rifuggiti dalla sua stessa investigazione, ma che tuttavia lasciano tracce subliminari di individuazione di parti o aspetti del sé. Ci serviremo di entrambe per una progressiva formulazione diagnostica, prognostica e di indicazione terapeutica; delle seconde per valutare quali aspetti e parti dell’io oggetto sfiorate e poi rifuggite dall’investigazione dell’io soggetto, possono entrare a far parte dell’immagine del sé. Questi aspetti e parti li rifletteremo all’adolescente attraverso opportune modificazioni nell’ambito della nostra identificazione selettiva alla sua immagine di sé e ai suoi processi di individuazione. Egli vi si riconoscerà ripercorrendo in modo più adeguato, attraverso la sua controidentificazione a noi, i processi di individuazione da cui si era ritratto. Cresce così l’apporto al riconoscimento e all’edificazione del sé, punto di riferimento e di partenza per ogni movimento di progressione nel processo evolutivo. Particolarmente delicata è la valutazione delle possibilità dell’adolescente di divenire consapevole di questi aspetti e parti dell’io; è una valutazione che va sempre fatta in approssimazione per difetto, perché, ove essi non siano ancora accettabili, possono determinare rafforzamenti difensivi o reazioni di rifiuto, che disturbano il processo terapeutico, quello controidentificatorio in particolare, fino alla rottura della relazione.
Il nostro rapporto con l’adolescente sarà tanto più efficace, quanto più le nostre identificazioni, globale e selettive, saranno corrette e quanto più le controidentificazioni del soggetto saranno prive di componenti proiettive, di spostamenti o di altri effetti di processi difensivi. Ma allora, paradossalmente, rispetto alle esigenze della teoria della tecnica del trattamento psicanalitico, noi dovremo evitare che si stabilisca un rapporto fondato sul transfert; infatti ogni movimento di translazione da parte dell’adolescente nei nostri confronti, impedisce le corrette controidentificazioni necessarie alle modificazioni indispensabili dei processi di individuazione.
Vero è che queste modificazioni si ottengono anche con la tecnica delle interpretazioni di transfert, nell’ambito di un trattamento psicanalitico; ma, da una parte noi abbiamo, volutamente cercato una tecnica alternativa, stanti le difficoltà a perseguire utilmente quella; dall’altra, abbiamo definito delle modalità di approccio relazionale che, favorendo i processi di controidentificazione selettiva, rispetto a quelli transferali, tendono a definire un setting non adatto allo sviluppo di un transfert strutturato e ad una evoluzione psicanalitica del rapporto. Per inciso vi dico che quando, nel corso di un trattamento, riconosco l’opportunità di passare ad un iter psicanalitico, metto in atto gli accorgimenti necessari per chiudere la relazione e affidare il paziente ad un altro collega, perché ho sperimentato come il setting strutturato con me sia pregiudizialmente negativo per essere trasformato in un setting psicanalitico. Tuttavia è inevitabile che si determinino movimenti di traslazione, anche nel tipo di relazione psicoterapeutica di cui parlo. Cosa faremo di fronte a tale evenienza? In linea di massima, interpreto quanto di transferale il paziente comunica, restituendo immediatamente l’emozione, l’affetto, la pulsione translati all’oggetto originario a cui si riferiscono, enfatizzando, se necessario, la mia estraneità e differenziazione da quell’oggetto. Ciò è di solito sufficiente a ripristinare la relazione controidentifcatoria.
Di fronte a movimenti transferali che arricchiscono la relazione e la rendono più viva, si può tentare di servirsene, senza interpretarli; per mia esperienza sono molto cauto perché spesso questi movimenti, se favoriti e non interpretati, inducono a translazioni più imponenti e regressivanti, che creano pericolose dipendenze, favoriscono gli acting e, in definitiva, possono approdare a situazioni poco controllabili, come quelle di un’avida dipendenza o di un’aggressività distruttiva contro il terapeuta deludente.
Nell’adolescenza il superamento dei nuclei complessuali e conflittuali strutturatisi nell’infanzia avviene non attraverso una consapevole risoluzione degli stessi, ma attraverso disinvestimenti e reinvestimenti correttivi e aggiornati degli oggetti interni antichi e fantasmatizzati implicati. Questo processo avviene sia attraverso l’abbandono spontaneo e graduale di canali regressivi da parte della libido, sia, là dove questo non è possibile perché la coazione a ripetere è troppo vigorosa, attraverso modificazioni nell’ambito delle riemergenti antiche relazioni, che tendono a riprodursi attraverso translazioni sugli attuali oggetti esterni di investimento, che meglio si prestano al gioco. E’ naturale che questi movimenti avvengano in modo più spiccato e continuo nell’ambito dei familiari. Le modificazioni maturative spontanee, all’interno di queste relazioni, sono lente, spesso drammatiche e tormentose ed il loro esito incide in modo determinante sull’assetto dell’organizzazione psichica adulta.
Attraverso l’adesione identificatoria all’immagine di sé e ai processi di individuazione, noi veniamo a contatto con questi processi di translazione, estranei alla nostra relazione e questo ci permette di interpretarli efficacemente, nella misura in cui valutiamo correttamente le capacità di insight del paziente in quel momento. La capacità di insight è correlata alla possibilità di cogliere, da parte dell’adolescente, il divario esistente tra l’immagine dell’oggetto investito dalle parti più mature dell’io e l’immagine dello stesso oggetto narcisisticamente investito, dove l’immagine può riferirsi a se stesso o a parti di sé.
La vivacità ed efficacia attuali di queste translazioni, nonché la loro mobilità rendono possibile l’azione terapeutica dell’interpretazione. Infatti questa, essendo inerente a vissuti emotivi in atto e traducendone il significato anacronistico e le contraddizioni, suscita a sua volta emozioni di riconoscimento, capaci di indurre modificazioni maturative. Tutto il processo è favorito dall’aumento degli investimenti narcisistici e dai nuovi investimenti oggettuali che caratterizzano questa fase evolutiva.
Il setting psicanalitico edificando l’analista ad oggetto privilegiato e, possibilmente, esclusivo del transfert, ove riesca ad essere istituito e mantenuto, non può non alterare i normali processi evolutivi dell’adolescente che sono anche fondati sul vivere, agire e modificare i propri naturali movimenti di translazione dai suoi antichi oggetti interni agli attuali oggetti esterni di relazione. Inoltre, è questa naturale tendenza ad agire i processi di translazione che costituisce una delle principali difficoltà a condurre un trattamento fondato sullo strutturarsi di una nevrosi di transfert.
Vi sono analogie con le modificazioni di tecnica suggerite per borderlines, narcisisti e psicotici, ma non penso sia questa la sede per un confronto. Va tuttavia rilevato come uno stesso adolescente possa presentare, in modo disordinato nel tempo, quadri sintomatici e psicodinamici che ci richiamano i vari quadri nosografici della patologia adulta.
Penso di essere riuscito a darvi il senso della continuità che una relazione di questo tipo deve avere, dal primo contatto al pieno dell’azione terapeutica; ho perciò tralasciato ogni accenno alle modalità formali della presa in carico, che pur sempre constano, sul piano contrattuale, di una fase iniziale diagnostica e di una successiva terapeutica. La prima fase si avvia alla conclusione quando presumo che l’adolescente attui già controidentificazioni efficaci ed io ritenga di essere correttamente identificato ai suoi processi di individuazione ed alla risultante immagine di sé. Avrò allora uno o più colloqui conclusivi già preannunciati nella prima presa in carico. In questi colloqui metto l’adolescente di fronte ad un ritratto globale di se stesso corrispondente all’immagine che egli ha di sé, l’immagine già più puntuale di quella che egli aveva al suo primo incontro con me; in questa sede favorisco un processo di integrazione cercando di stabilire e comunicare le connessioni esistenti tra i vari aspetti dell’immagine di sé emersi nelle sedute precedenti e cercando di indurre qualche riflessione sull’origine storica di essi. Gli do una valutazione oggettiva ed argomentata delle difficoltà in cui egli si trova, ma solo nella misura in cui ritengo che egli possa, aderendovi, modificare opportunamente la sua opinione soggettiva. E’ anche il momento in cui gli formulerò l’eventuale indicazione terapeutica e, quindi, l’offerta di un secondo contratto da stipulare con me o con altri; discuterò poi l’opportunità o meno di colloqui con i genitori con o senza la sua presenza, dandogli la mia opinione, ma lasciando a lui la decisione.
Molte volte questa fase coincide col termine del rapporto perché la messa a punto con cui si conclude, è anche l’esperienza di un progresso avvenuto relativamente ai suoi processi di individuazione e della formazione e percezione del sé, progresso che consente una ripresa meno disagevole del processo evolutivo.
Quando questa fase sfocia in una indicazione di trattamento psicanalitico, e ciò mi accade ormai assai raramente, invio il soggetto ad un collega usando gli accorgimenti del caso.
Ove invece l’indicazione sia quella di un’” analisi del sé”, stipulo il contratto e proseguo nel rapporto che, di fatto, non subisce soluzione di continuità, sia nel senso temporale che nel senso della mia posizione relazionale.
A volte il rapporto si interrompe per il rifiuto dell’adolescente a seguire l’indicazione terapeutica, perché non riesco a strutturare sufficientemente la relazione identificatoria e controidentificatoria, oppure perché tale relazione ha suscitato eccessivo allarme nel paziente per l’attacco subito dai suoi meccanismi di difesa dei processi di individuazione. In questo secondo caso, la ragione spesso addotta per rifiutare la continuazione del rapporto è che egli ritiene di dovercela e potercela fare da solo. Ne discuto con lui, ma non sforzo né manipolo; rispettare le sue decisioni significa lasciargli la libertà e l’opportunità di tornare, ove avesse un ripensamento.

1) Dal testo a cura di Lanzi G., (1983) ”L'adolescenza. Pensiero Scientifico”,
Roma, pp. 43-53.
2) che qui si ringrazia sentitamente





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