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PSYCHOMEDIA
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Magia, sciamani e guaritori



Ancestralità e aruspicina:
visioni oltre il tempo nello sciamanismo delle tribù Apatani dell'Arunachal Pradesh (India)

di Stefano Beggiora



Il territorio dell'Arunachal Pradesh, nell'India estremo Orientale, è costituito da una serie di vallate parallele che si estendono a raggiera dal confine occidentale, incastonato fra Cina e Bhutan, e che discendono gradatamente verso la Birmania in direzione della sorgente del Brahamaputra. Tali valli, che sembrano marcare le pendici orientali dell'Himalaya, si articolano prevalentemente da nord a sud; prive di valichi di comunicazione, sono abitate da numerose etnie tribali ancor oggi poco studiate.
La sezione centrale del distretto di Lower Subhansiri, nel cuore dell'Arunachal Pradesh è nota come il territorio della tribù Apatani. Probabilmente a causa di un ambiente non eccessivamente inaccessibile, se raffrontato alle giungle limitrofe, questa comunità è considerata come una delle più importanti e conosciute della regione. Essa vanta origini antichissime, tradizionalmente risalenti al mitico progenitore Abo Tani che, si dice, venne da nord-est o dal Tibet. Questa è l'ipotesi più probabile circa la provenienza di una popolazione che, ancor oggi, conserva una lingua propria, appartenente alla famiglia Tibeto-birmana.
Gli insediamenti apatani - sette sono i villaggi principali - si sviluppano nella zona forestale che va da Hapoli a Ziro, un'area che, complessivamente oggi, è conosciuta appunto come la Apatani Valley. Soggetto a pesanti precipitazioni durante il periodo dei monsoni, il territorio apatani è densamente ricoperto di giungla ed attraversato da impetuosi torrenti che si gettano dalle pendici dei rilievi collinari circostanti, che raggiungono un massimo di 1600 metri d'altitudine. Il corso d'acqua principale che attraversa la zona è un fiume noto col nome di Kley o Kele. E' interessante notare come i primi inglesi che esplorarono la zona durante la prima metà del secolo scorso, riscontrarono il contrasto fra l'aperto e lussureggiante territorio di questa tribù e le inaccessibili e aspre vie che si inerpicavano nella foresta delle zone circostanti. Ciò contribuì a creare il mito romantico della 'vallata perduta', secondo cui alcuni identificarono l'area in questione con la mitica Shangri-la.
I villaggi apatani sono generalmente molto popolosi; numerosi clan convivono negli stessi insediamenti edificando le proprie abitazioni raggruppate in rioni distinti. Le case sono costituite da un'alta palafitta in legno che sorregge un'ampia piattaforma al di sopra della quale è costruita una capanna dal tetto spiovente. Gli ampi interni sono costituiti da un unico ambiente in cui si svolge la vita privata della famiglia. Talvolta dei pannelli di foglie intrecciate separano la stanza centrale da una piccola anticamera per il deposito di brocche ed attrezzi per il lavoro dei campi. Mentre sui muri interni sono appesi i crani delle vittime sacrificali e i trofei di caccia, generalmente al centro della capanna, sopra una lastra di pietra circondata da massi, è posito il focolare domestico. Come la gran maggioranza delle comunità tribali, anche gli Apatani costruiscono le proprie case prive di finestre; le uniche aperture verso l'esterno sono le porte poste parallelamente alle estremità stesse dell'edificio, di fronte e sul retro. Abbiamo documentato come tale uso di ridurre al minimo le aperture verso l'esterno, sia finalizzato alla creazione di un ambiente il più possibile intimo, ma al contempo impermeabile a influenze esterne. Infatti è credenza diffusa che ogni apertura nella casa sia una potenziale via d'accesso per spiriti maligni o entità pericolose. Per questo motivo gli interni chiusi sono spesso fumosi e sui muri, come sui vari utensili per i lavori quotidiani che pendono dal soffitto di paglia intrecciata, si deposita una pesante caligine. L'accesso alla capanna è garantito da una lunga scala costituita da un tronco, appoggiato a terra a un'estremità e alla piattaforma dall'altra, inciso in sezione in modo da formare grossolani scalini.
Questo tipo di struttura a palafitta, pur variando nella forma interna più che esterna a seconda delle zone e delle diverse comunità tribali, è diffusissimo in Arunachal Pradesh. E' interessante notare come questa tecnica di edificazione delle abitazioni sia peculiare di questa regione e accomuni, per motivi strettamente funzionali, popolazioni di cultura e provenienza diverse. Sotto questo punto di vista, la frontiera nord-orientale dell'India differisce dal resto del Subcontinente in cui, in ambito tribale, si riscontra pressochè ovunque la tecnica edilizia con il fango.
Nella fascia forestale che ricopre gli scoscesi pendii himalayani dell'Arunachal, dunque, la struttura a palafitta preserva i propri abitanti dalla pesante umidità del luogo. Durante il periodo dei monsoni questo tipo di abitazione è resistente ai violenti rovesci, l'acqua quindi scivola al di sopra e al di sotto della casa che garantisce, al contempo, un ambiente relativamente asciutto. Per questo motivo, gli abitanti delle tribù prediligono per l'edificazione delle proprie abitazioni, non tanto il centro della vallata o la prossimità dei corsi d'acqua, ma i terreni scoscesi e ripidi, in cui la struttura stessa della palafitta è perpendicolare alla pendenza del territorio. Ne abbiamo riscontrato esempi fra i gruppi Nishi, Miji, Hill Miri e Adi Gallong.
Fra gli Apatani si ritiene che il periodo propizio per la costruzione della nuova dimora sia da agosto a dicembre. Gli abitanti del villaggio aiutano il capofamiglia nella raccolta della legna e del bambù necessari alla costruzione. A lavoro ultimato generalmente si celebra una festività collettiva del clan, sotto la rigida supervisione degli sciamani del villaggio. A tutti sono offerti riso, carne e birra di cereali durante il banchetto di inaugurazione della nuova abitazione. Successivamente si celebrano rituali in cui sono sacrificati e offerti dei polli agli antenati per il benessere dell'intera famiglia. Tale rituale consiste in un invito formale agli spiriti tutelari del clan a prendere dimora nella casa, garantendone di conseguenza la prosperità e proteggendola da ogni tipo si tragedia o calamità. Interessante in questa fase - così come durante ogni altro rituale di particolare importanza o cerimonia cruciale per la vita sociale del villaggio - un tipo di rito divinatorio officiato dallo sciamano del clan. Si tratta di una vera e propria forma di aruspicina magica secondo cui si traggono gli auspici favorevoli o nefasti dalla lettura del fegato degli animali sacrificati, in genere polli. Oppure ancora dalla lettura del tuorlo delle uova(1).
Durante il nostro primo survey etnografico in Arunachal Pradesh(2), svolgemmo un periodo di ricerca al villaggio di Hang, nelle vicinanze di Ziro. Notammo come il sentiero circondato da vegetazione che portava all'insediamento, diventasse un'ampia via fangosa all'imboccatura stessa del villaggio. Le palafitte che sembravano incombere sullo stesso tracciato principale, si snodavano poi lungo vie laterali in terra battuta. Queste stesse vie sembrano in qualche modo suddividere le aree riservate ai diversi clan. Spesso in molte comunità tribali dell'India, la vita collettiva fra le varie famiglie si svolge generalmente nello spazio centrale del villaggio, una sorta di cortile o spianata che ha funzione sociale nei rapporti interpersonali fra i clan e di culto. Al villaggio di Hang, questa realtà sembrerebbe moltiplicarsi più volte in quanto ogni rione presenta al suo interno un singolo cortile con una piattaforma rialzata per le assemblee del gruppo, detta lapang. La suddivisione in clan sembrerebbe essere un aspetto molto forte e sentito nella cultura apatani in quanto la stessa piattaforma per le assemblee sorregge abitualmente un immenso palo totemico dedicato alla memoria degli antenati stessi del lignaggio. Altri di dimensioni ridotte sovrastano le singole capanne e sono dedicati in memoriale ai defunti di ogni singola famiglia.
Abbiamo riscontrato che il culto praticato da questa tribù sia fondamentalmente di tipo sciamanico. Accanto ad una foresta popolata da spiriti e deità ancestrali, il cosmo è immaginato essere bipartito fra il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Nel sottosuolo, dimensione diametralmente opposta alla superficie, è immaginato estendersi il regno dei defunti, a cui sono destinate le anime dei trapassati, che diverranno antenati e tutelari della propria discendenza.
In lingua Apatani, il termine che esprime il concetto di clan è halu, tuttavia molti di questi hanno ulteriori suddivisioni chiamate tulu. I tulu si segmentano poi nei singoli lignaggi familiari noti come uru. I principali halu del territorio apatani, di cui abbiamo avuto menzione, sono: Kago, Hibu, Nami, Kimte, Dusu, Dora, Nada, Dumper, Miri, Pugno Narunichi, Hidu, Plangang, Tapi Tabo, Taru (Taro), Taku, Pemu, Haj, Dani, Nendin, Puna (Pura), Nemko e Nemp. I primi due furono i nostri ospiti e i principali informatori durante le ricerche sul campo.
Sulla piattaforma principale del villaggio si tiene il buliang, ovvero il concilio tradizionale della tribù. L'assemblea è presieduta dall'akha buliang, un anziano che ha la funzione di supervisore e consulente generale. Lo yapa buliang, invece, ha il compito di condurre la discussione e di tentare di risolvere le dispute. Tutti gli altri infine sono i portavoce dei capifamiglia o i capi dei vari clan. Questi ultimi sono detti miha o ajang buliang e sono scelti per portare all'assemblea il parere degli anziani. Infine ogni decisione deve essere discussa ed approvata alla presenza del gaon bura, il capovillaggio, che generalmente siede ai piedi del palo totemico.
Ci è stato comunicato che in passato - ma il fatto è notorio - vi fosse l'usanza di legare delle robuste funi all'estremità del palo totemico della piattaforma delle assemblee e tenderle fino a terra a svariati metri dalla stessa palafitta. Durante particolari festività collettive, i guerrieri più coraggiosi si cimentavano in una prova spericolata che consisteva nel proiettarsi in aria e svolgere varie acrobazie tenendosi saldamente aggrappati alla fune. Una prova di coraggio e fermezza non priva di un certo rischio. A causa di frequenti incidenti, ci è stato confermato che questa singolare pratica sia oggi in disuso da alcuni decenni(3).
A parte ciò, è interessante notare come nel panorama tribale indiano, dove quasi ovunque gli originari usi e costumi scompaiono velocemente sotto la spinta dell'omologazione e della modernizzazione nazionale, in queste terre il tempo sembra quasi essersi fermato. Documentiamo infine come in questi gruppi, che ancora conservano la propria antica tradizione di tipo sciamanico, l'identità culturale della tribù sia ancora molto forte. La visione complessiva dell'insediamento di Hang è quindi indubbiamente suggestiva; una sorta di ligneo villaggio, aereo, sospeso a mezz'aria sopra le innumerevoli palafitte, sembra staccarsi dal verde della vegetazione circostante. Esso pare slanciarsi verso l'alto, culminando in una vera e propria foresta di totem, quasi a testimonianza di un culto antico e del senso di appartenenza alla propria terra.


Un approfondimento a cura della redazione - M. Giampà, L. Caldironi, S. Beggiora

Le cerimonie di villaggio in questi gruppi tribali, nella fattispecie la dinamica secondo cui l'assemblea, il gruppo, la comunità, si stringe attorno alla piattaforma clanica per ascoltare dagli sciamani e dai loro stessi capi la narrazione del creazione del mondo, ci hanno profondamente affascinato. In attesa di futuri approfondimenti vogliamo per lo meno avanzare qualche osservazione che ci auguriamo possa essere spunto di riflessione per prossimi lavori.
Le tradizioni delle comunità tribali di questa parte dell'India, circa i miti cosmogonici e le leggende sulla creazione dell'universo, costituiscono ancor oggi - laddove tramandate - un corpus culturale di dimensioni veramente incalcolabili. La varietà di versioni locali, la visitazione e reinterpretazione dei simboli del mito stesso, la sensibilità di varianti a seconda degli eventi storici e dell'ambito culturale di formazione, rendono questo patrimonio di conoscenze difficilmente classificabile o suddivisibile in filoni. Ciò è vero anche e soprattutto alla luce di un evidente parallelismo - e a questo punto potremmo dire influenza reciproca - fra tradizioni che per definizione comune potremmo riconoscere come tribali e l'infinità dei testi di letteratura e i cicli epici classici dell'India(4).
In alcuni anni di lavoro sul campo abbiamo cercato di ricostruire le concezioni del macrocosmo tradizionale di alcune comunità tribali dell'India, già di per sé effettivamente complesso, e delle forze che lo muovono. In alcuni casi siamo riusciti a confermare l'effettiva identità di tradizioni culturali all'interno di background letterario o per lo meno noto per quanto riguarda i culti, le credenze, le correnti religiose a sostrato popolare. Altresì talvolta ci siamo trovati di fronte a qualcosa di non tracciabile, ma comunque genuino, fresco, indubbiamente arcaico se non primordiale.
Attraverso questo corpus culturale si è inoltre osservato come si attivino sistemi di rapporti tra l'individuo e il suo ambiente. Questo avviene attraverso la mobilitazione di elementi organizzatori di senso o, per usare un linguaggio che tenga conto degli apporti dati da W. Bion, elementi _-potenziali che devono "la propria efficacia alle qualità della funzione contenitore mobilitate nel soggetto e\o nel suo ambiente"(5). Ci sembra importante la precisazione di "_-potenziale". Infatti estende ulteriormente il concetto di Bion relativo agli elementi _ come oggetti non appartenenti al mondo della realtà esterna, ma come prodotti del lavoro compiuto su dati percettivi che si crede si riferiscano alla realtà. Introdurre quindi il termine "_-potenziale", nel nostro studio, significa considerare elementi appartenenti al campo culturale, un'area intermedia, co-partecipe del dentro e del fuori. Elementi che agiscono sia sulla possibilità di < contenimento > che di < trasformazione > di ciò che Bion chiamava "Terrore senza nome"(6). Lo studio ci ha dato soddisfazione in quanto è stato possibile individuare un comune denominatore che identifichi nel pensiero escatologico le concezioni di popolazioni distanti ormai solo geograficamente, linguisticamente o al massimo sotto un profilo etnico. Tuttavia, lo sciamanismo delle tribù, inteso come identità culturale e modus vivendi, più che meramente come classificazione di un corpus magico-cultuale, rappresenta nel contesto del presente studio una sorta di pensiero, come abbiamo detto più sopra, primordiale e che nel corso dei presenti studi abbiamo definito come pre-religioso(7).
Tale pensiero pare formarsi ed essere in costante relazione con una sorta di piano parallelo, di dimensione sottile, in cui spazio e tempo si annullano attraverso il principio di differenziazione della cosmogonia. Si tratta di una sorta di contenitore culturale di cui il caos primordiale ne è, in incipit, principio di manifestazione. Pertanto nella narrazione di storie e leggende della tradizione sacra delle tribù, lo stesso sciamano pare attingere a tale dimensione. Tuttavia non possiamo non osservare che la stessa narrazione del mito, costituisca per l'intera comunità una sorta di rituale in cui si celebra, rievocandolo ogni volta successivamente, il tempo stesso delle origini
Per questo motivo, il 'Tempo delle Origini' (o del caos primordiale) è un tempo ricorsivo. Non è semplicemente posto "indietro", secondo un criterio lineare, ma continua a scorrere nella dimensione dell'invisibile, a rivelarsi nei sogni dello sciamano e a riattualizzarsi nella tradizione orale del gruppo(8). Attraverso l'identificazione di tale processo con l'atto rituale, l'operatore del sacro è in grado di mantenere l'equilibrio naturale dell'universo identificando, rappresentando e, infine, riattualizzando il microcosmo tribale nel macrocosmo sciamanico.


Bibliografia consigliata:

- Beggiora S. (2003), Sonum. Spiriti della giungla. Lo sciamanismo delle tribù Saora dell'Orissa, Franco Angeli Editore, Milano.
- Blackburn S. (2003), "Colonial Contact in the Hidden Land. Oral History among the Apatani of Arunachal Pradesh" in: The Indian Economic and Social History Review, XL, 3.
- Bion W.R., Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, Armando editore, Roma, 1988
- Elwin V. (1993), Myths of the North-East Frontier of India, Governement of Arunachal Pradesh, Itanagar.
- Elwin V., Tribal Miths of Orissa, Oxford University Press, Bombay, 1954.
- Furer-Haimendorf C. von (1985), Tirbes of India. The Struggle for Survival, Oxford University Press, Delhi.
- G.K.Ghosh, S.Ghosh, Fables and Folk Tales of Arunachal Pradesh, Firma KLM, Calcutta, 1998.
- Guérin G., Fiabe e racconti della vita psichica, Borla editore, Roma, 1997
- Pandey B.B.(1974), The Hill Miris, Hazarika, Shillong.
- Spagna F., L'ospite selvaggio, Il Segnalibro, Torino, 1998
- Stirn A., van Ham P. (2000), Seven Sisters of India. Tribal World between Tibet and Burma, Mapin Publishing, Ahmedabad.

Filmografia:
- Archivio C. von Furer-Haimendorf presso:
http://www.digitalhimalaya.com/collections/haimendorf/apatani.html
- Un rituale funebre presso la tribù Apatani; documentario a cura di Stefano Beggiora e Fabian Sanders. Depositato presso Università Ca' Foscari di Venezia, Dip. Eurasiatica.


Didascalie:

Fig. 1.
Palafitta miji, Naphra Circle, Arunachal Pradesh.



Fig. 2. Profilo schematico di una tipica casa apatani. 1. Palafitta. 2. Verande (alle aperture anteriore e posteriore). 3. Scala d'accesso. 4. Palo totemico.



Fig. 3. Sezione schematica dell'interno. 1. Vano d'entrata, magazzino per gli attrezzi agricoli. 2. Crani dei mithun sacrificati. 3. Focolare domestico e suppellettili. 4. Griglia di bambù per appendere gli utensili di cucina.



Fig. 4. Palafitta miji, Naphra Circle, Arunachal Pradesh.



Fig. 5. Crani dei mithun (Bos frontalis) sacrificati al culto degli antenati, appesi alla facciata di un'abitazione.



Fig. 6. Trofei di caccia, appesi sul retro di un'abitazione apatani, Hang, Arunachal Pradesh



Fig. 7. Sacrificio del mithun durante un funerale al villaggio Apatani di Hang



Fig. 8. Arunachal Pradesh, paesaggio.



Note:

1) Si tratta di tecniche meccaniche di divinazione, che in occidente non possono che riportarci alla memoria gli studi classici, greci e latini (ed etruschi per quanto riguarda la pratica). Notevole il fatto che vi siano popolazioni in cui rituali simili ancora si tramandano; interessantissimo il complesso codice di lettura dell'olocausto in cui non solo l'aspetto generale delle interiora deve essere tenuto in considerazione, ma anche il colore, il sapore, le eventuali anomalie delle parti e così via.
2) Ottobre-novembre 2001. Ritornammo nello stesso periodo l'anno successivo, un terzo viaggio del nostro team di ricerca è stato effettuato nel 2008. Precisiamo che tale zona è interdetta, proprio perché territorio di confine, dagli anni della guerra Indo-cinese. Il governo indiano ha aperto la frontiera, previo permesso speciale, dall'anno 2000. Per questo motivo, ripetiamo, molte aree sono ancora poco studiate.
3) Le ricostruzioni di tali pratiche presso il museo di Itanagar sono un po' fuorvianti. Un'eccellente documentazione, probabilmente la più esaustiva a nostra disposizione, proviene dall'archivio dell'antropologo Furer-Haimendorf. Si tratta di un breve filmato muto girato negli anni '40, di cui diamo riferimento in bibliografia.
4) S.Chattopadhyaya, Ethnic Elements in Ancient Hinduism, Calcutta Sanskrit College Research Series n° CXV, Sanskrit College, Calcutta, 1979.
5) G.Guérin, Fiabe e racconti della vita psichica, Borla editore, Roma, 1997.
6) W.R.Bion, Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, Armando editore, Roma, 1988.
7) Intendiamo affermare che anche i più autorevoli e recenti studi sullo sciamanismo spesso si concentrano sulla figura dell'operatore rituale, cercando di stabilire ciò che da un punto di vista scientifico possa essere considerato sciamanico o meno. E' altresì interessante notare che l'intera comunità dei laici che circonda la figura sciamanica, pur non possedendo la conoscenza di colui che ha ricevuto la chiamata dal mondo degli spiriti, condivide tuttavia l'idea di macrocosmo come fusione della realtà contingente col mondo sottile delle forze sovrannaturali che lo popolano. Ciò implicherebbe da parte dell'intera comunità un modus vivendi e operandi su tale matrice culturale come stato di natura. Esulando quindi dall'ipotesi di conversione interiore o vera e propria pratica di fede religiosa, azzardiamo dunque il termine pre-religioso per un culto che, solo per convenzione, denominiamo 'magico-religioso di tipo sciamanico'. Approfondiamo l'argomento in: S. Beggiora, Sonum. Spiriti della giungla, Franco Angeli, Milano, 2003, pagg. 66-78. A tale proposito troviamo conferma nel delicato quadro sugli sciamani miri suggerito in: B.B. Pandey, The Hill Miris Governement of Arunachal Pradesh, Hazarika, Shillong, 1974, pagg. 132-35.
8) F. Spagna, L'ospite selvaggio, Il Segnalibro, Torino, 1998, pag. 95


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