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PSYCHOMEDIA
Telematic Review
Sezione: MEMORIA E (TELE)COMUNICAZIONE

Area: Mass Media

Gruppi di formazione e psicoterapia di gruppo on-line:
qualche ipotesi di studio e di possibile applicazione.

di Marco Longo

Articolo presentato al Convegno World Psychiatric Association
MASS - MEDIA E SALUTE MENTALE
svoltosi a Firenze il 4 - 5 Ottobre 2001



Scopo di questo lavoro è prima di tutto analizzare similarità e differenze tra i fenomeni gruppali osservabili nei “gruppi telematici” (vale a dire attivati mediante l’uso dei supporti tecnici disponibili in internet: chat, mailing list, mud ecc.), o nei “gruppi mediatici” (attivati cioè attraverso l’uso della tecnologia multimediale: tele-audio- e tele-video-conferenza), e quei fenomeni dinamici ben noti che caratterizzano i gruppi di discussione, di formazione o terapeutici attivati nel setting abituale.
In secondo luogo sarebbe poi intenzione di questo lavoro indagare la possibilità di attivare in via sperimentale anche in rete o grazie al supporto multinediale un setting gruppale utilizzabile, in particolari condizioni, per la formazione, la discussione clinica, la supervisione o la psicoterapia.

Una considerazione preliminare: cercare di riflettere su internet e sui nuovi media, ovvero sulle tecnologie di comunicazione che, volenti o nolenti, stanno sempre più entrando a far parte della nostra vita individuale e sociale e che sempre più in futuro ci condizioneranno, oltre a fornirci nuove possibilità e soluzioni, vuol dire senza dubbio riflettere sul nostro rapporto con il video, il computer e le strutture di rete, ma ancor più vuol dire cercare di approfondire l’indagine sulla relazione tra la nostra mente e l’uso di questi strumenti, su cosa modernamente si intende per “apprendere” o per “comunicare”. Il problema che si pone è quindi: quanto di noi, del nostro pensiero e delle nostre emozioni è già oggi contenuto in questi mezzi, tanto che proprio in essi oggi preferenzialmente lo cerchiamo, piuttosto che in una biblioteca o in un archivio polveroso, e quanto di noi può essere da essi, più o meno opportunamente ed efficacemente veicolato?

Inoltre i nuovi media sembrano comunque richiedere una trasformazione della nostra mente per poter essere usati al meglio, oltre che pensati e apprezzati. Come afferma Renato De Polo (1), finora «avevamo l’idea di una mente che guida dall’alto il corpo e che si apre, se vuole, sull’infinito, in rapporto alla sua capacità di estendere i confini della sua visione, reale o mentale Ma la convinzione forse più salda era che la mente fosse dentro il corpo. Ora ci viene presentata una mente che sta fuori dal corpo e che non ha un suo centro, essa è presente e può essere rintracciata nelle operazioni che compie. Anzi addirittura questa “mente fuori dal corpo” mette in contatto persone che hanno un rapporto di comunicazione sensoriale pressoché nullo».

Là dove non è possibile un contatto fisico con gli altri, attraverso l’usuale gamma della percezione e la modulazione delle sfumature sensoriali, occorre dunque interrogarsi attentamente su quale tipo di contatto è importante ricercare, attivare e mantenere, onde poter permettere un sufficiente grado di orientamento relazionale e di elaborazione affettiva. Come sappiamo dall’analisi dei gruppi telematici, spesso il contatto tra i membri non è affatto facile, contrariamente alle aspettative, ed è ben nota invece la presenza di lunghi silenzi o inveterate attese, aspettando Godot o che finalmente accada qualcosa ma tra gli altri. Tuttavia altrettanto spesso si vengono a formare delle situazioni di forte condivisione, basate cioè su un contatto apparentemente molto intenso, anche se proprio per questo altrettanto effimero; così intenso da sembrare, ad una analisi più approfondita, molto condizionato da evidenti livelli di proiezione e di illusione.

Fin qui nulla di nuovo dunque: in tutte le situazioni gruppali uno degli elementi più studiati è proprio quello che Anzieu chiamava “illusione gruppale”, un fenomeno per molti versi simile a quello che Bion chiamava “attesa messianica”, ovvero quelle situazioni di stallo relazionale, di aspettativa senza nome, in cui un gruppo “sembra unirsi” coesivamente e quasi in una situazione di “trance ipnotica” intorno ad un “elemento fantastico condiviso”, non riuscendo a comunicare in maniera operativa e costruttiva, nell’attesa che si presenti un capo in grado di dare una linea o una rotta (sperando sia una rotta positivamente liberatoria e non una dittatura); anche se poi spesso il passaggio successivo nei gruppi è l’eliminazione del capo o in alternativa l’eliminazione del gruppo stesso (si pensi ad esempio anche alla vicenda del Reverendo Jones che portò un gruppo-setta, impossibilitato a costruire qualcosa di reale, ad un allucinante suicidio di massa).

Se da un lato rileviamo che i fenomeni gruppali di tipo illusionale sono particolarmente accentuati nei gruppi telematici (un po’ meno nei gruppi mediatici, grazie alla parziale presenza di elementi percettivi, resi disponibili dall’audio e/o dal video), nello stesso tempo notiamo che il contatto attraverso la rete, quando riesce ad istaurarsi, è comunque particolarmente caldo ed a volte anche incredibilmente stabile, come se ci fosse una vera “fame di comunicazione” in chi si connette ad internet, una fame che spesso trova soddisfazione on-line; anche se poi è ben noto che è assai difficile poter mantenere lo stesso livello di contatto e di comunicazione nel caso si arrivi ad un incontro nel reale, spesso molto deludente (ad evidente conferma di quanto detto sopra sui livelli di illusione).

Secondo Ermete Ronchi (2) «Paradossalmente, nella relazione con gli altri, sembra che sia la presenza delle persone in carne ed ossa ciò che rende più ardua la possibilità di generare stati emotivi di bellezza e benessere duraturi. Il corpo, il soma, è desiderato e temuto». In questo senso dunque internet costituisce una “nuova difesa” efficiente (un po' come l'invio degli SMS sui telefonini), oltre che una nuova possibilità avvincente, sia rispetto al contatto, che rispetto alle usuali modalità di comunicazione; favorendo per converso il contatto virtuale, teoricamente possibile nel con ogni cibernauta. Del resto già nel nostro tempo e sempre di più in futuro, continua Ronchi, «la visibilità dell’altro e del mondo è sempre più mediata da schermi e, oggi, sempre più da internet. Da questo punto di vista ciò che si guadagna grazie all’incorporeità di internet rischia di trasformarsi in perdita di capacità affettive e relazionali con persone in carne ed ossa».

Una perdita alla quale fa da contraltare un senso di "grande potenzialità", oltre che di presunta segretezza, come dimostra anche la tendenza di molti utenti della rete a mascherarsi dietro a dei nicknames (nomi d'arte o di battaglia?), o a fingersi di età o di sesso diversi, oppure abitanti in città importanti e non in luoghi più o meno piccoli o sperduti, forse stranamente "poco presentabili" in rete (nonostante la rete sia nata proprio per permettere a tutti di connettersi, indipendentemente dal luogo da dove ci si connette e dalle distanze geografiche). Dice ancora Ronchi «La potenza dello strumento a disposizione influenza quindi la pensabilità del mondo e, pragmaticamente, determina i comportamenti umani. Il computer, con la sua ipervelocità nell’elaborazione di dati e per conseguenza con la sua possibilità di dare risposte quasi immediate a questioni complesse tende ad evitare la frustrazione dell’attesa, a dare l’illusione che ogni questione sia semplice e che la risposta valida sia sempre quella più veloce Questo induce sensazioni di onnipotenza. Un fraintendimento in una discussione in mailing list con persone di là del monitor o in chat può essere facilmente risolto con una cancellazione o con un cambio di stanza virtuale. Basta un click. Per questa via si può tuttavia essere indotti a privilegiare ed enfatizzare solo ciò che dà piacere disapprendendo a gestire anche ciò che deprime».

Forse è per questo che, nonostante le enormi potenzialità tecniche ed operative del mezzo informatico (o forse proprio per queste, chissà?), in tutto il mondo si registra a fianco di una sorta di sindrome "computer fobica" (che di fatto frena il pieno sviluppo dell'uso sia personale che interattivo del mezzo) una sorta di sindrome "computer ludica", che può andare da un uso, diciamo così, infantile del mezzo, come nuova occasione digitale per il gioco ripetitivo o consolatorio; ad un uso, diciamo così, adolescenziale, come strumento di esplorazione sognante o pseudo-trasgressivo; fino a franche situazioni di abuso o ciberdipendenza, sempre più riconoscibili anche a livello psicopatologico. La cosa più difficile da pensare, oltre che da fare, come sempre è dunque anche in questo caso la fruizione equilibrata ed operativa di un mezzo, oltre quella creativa naturalmente.

In un mio precedente lavoro (3), sottolineavo come sia fondamentale utilizzare un punto di vista derivato dalle ricerche analitiche sui gruppi per poter comprendere appieno gli aspetti psicodinamici riguardanti l'uso e l'abuso delle nuove tecnologie multimediali e in particolare della comunicazione telematica. Questo non solo perché la Grande Rete costituisce di fatto un enorme sistema collettivo e interattivo, ma perché la stessa esistenza di Internet (sempre più reclamizzata su ogni media) attiva o riattiva in tutti noi la "gruppalità interna" (cioè la complessità del nostro sistema mentale relazionale, compresi tutti i nostri personaggi interni, di cui parlava già Freud, ovvero il "teatro della nostra mente", e le rappresentazioni di base che tutti abbiamo delle diverse situazioni gruppali nele quali procede il nostro sviluppo psichico) ed i "fenomeni gruppali di base"; e questo, come per ogni nostro avvicinarsi ad una nuova gruppalità, accade già ancor prima di connettersi alla rete (tant'è vero che la pubblicità della o sulla Rete, così come spesso anche quella delle reti che sottendono l'uso del telefono cellulare, "gioca" proprio su queste fantasie gruppali della nostra mente: diventa nostro cliente e comunicherai col mondo intero!). E ovviamente questo coinvolgimento totalizzante appare poi in tutta evidenza quando si entra effetttivamente nello "spazio virtuale".

Ciò che intendo dire è che bisogna tener conto del particolare tipo di situazione mentale in cui si trova coinvolto chi si collega ad internet, per qualunque tipo di utilizzazione del sistema, una situazione in cui è dominante comunque la sensazione di entrare, in un secondo, a far parte di un sistema di comunicazione universale, al di là dei limiti spazio-temporali della corporeità; una fantasia che tanti antecedenti ha nella storia del pensiero e della letteratura, una fantasia che però questa volta sembra essere alfine veramente realizzabile. Nel Ciberspazio ogni individuo è virtualmente in contatto sincronico con tutti gli altri attraverso uno "spazio invisibile", o come direbbe Francesco Corrao (ex Presidente della Società Psicoanalitica Italiana), uno "spazio topologico" in cui si percepiscono al contempo la lontananza e la vicinanza, la rarefazione del vuoto e la pienezza totale. Non a caso alcune delle fantasie su internet parlano di "grande caverna oscura"; non a caso uno dei più diffusi sistemi di navigazione sulla rete si chiama "Gopher" (che in inglese si legge come 'go far' = vai lontano), che è il nome di un piccolo roditore che scava e vive in lunghissime gallerie sotterranee, il cui nome scientifico è significativamente Gopherus Polyphemus (cosa che ci ricorda la nostra situazione ciclopica di fronte al monitor, unico occhio sul mondo virtuale); non a caso ancora, ma le possibilità di esempio sarebbero quasi infinite, una dei più importanti nodi italiani di questo Villaggio Globale che è internet si chiama significativamente "La città invisibile".

Ponendosi davanti al monitor, infatti, ci si pone nello stesso tempo di fronte ad un limite luminoso ed oscuro insieme tra il reale e il virtuale, ad un confine di vetro, trasparente ed opaco insieme, tra l'intimo della persona e il pubblico della massa, quasi una concretizzazione esterna del confine, ammesso che esista, tra la parte individuale e quella gruppale della personalità. E' come porsi nel punto centrale di una soglia magica che è insieme totalmente gratificante e divorante come un buco nero, ovvero, rovesciando bionianamente l'immagine del vetro del monitor, è come porsi a livello dell'unico piccolo meato tra le pareti di vetro di una clessidra, dove tutto può passare o intasarsi, in un luogo dove si perde totalmente la percezione del dentro e del fuori, perché da entrambe le parti c'è tutto il dentro e tutto il fuori. Sul monitor si trovano dunque a coincidere topologicamente e cronologicamente la sorgente di emissione e l'apparecchio ricevente, venendosi a creare una situazione che ingenera, nello stesso luogo e nello stesso momento, una sensazione di onnipotente pienezza ed impotente vacuità.

Oltre ad Internet vi sono però moltissime altre reti o sistemi reticolari telematici più piccoli, che seppur collegati o attivati all'interno della Grande Rete, tendono ad avere vita propria: forse è proprio la percezione del rischio di perdere l'identità personale che, come nel reale, spinge anche in rete i navigatori dell'immenso oceano virtuale ad aggregarsi in piccole comunità virtuali, in piccole reti (come ad esempio i network linguistici o etnici) o gruppi telematici, che si pongono come isole più organizzate nel mare magnum della massa mediatica. Nelle Chat-on-line, così come nelle migliaia di News Groups, nelle Mailing-lists o nelle simulazioni dei M.U.D. (Multi-User Dangeon), la parola, ancora oggi paradossalmente afona, solamente scritta sullo schermo, è (per ora almeno) l'unico tramite in grado di creare un con-testo, oltre a manifestare la presenza di un pensiero che emerge dal caos dell'immenso spazio virtuale; uno spazio digitale costituito però da continue ondate di testimonianze verbali, che necessita continuamente di un nuovo atto di immaginazione per rigenerarsi e per far sì che la complessità e insieme la fragilità della sua struttura non lo espongano allo sgretolamento.

Tutto questo fornisce forse anche una giustificazione all'osservazione di molti mass-mediologi secondo la quale nelle reti telematiche, nelle varie comunità virtuali (mailing list e chats), siano piuttosto frequenti scambi di messaggi nei quali gli argomenti trattati concernono inaspettatamente anche molti aspetti intimi delle persone coinvolte nella comunicazione. Forse oggi, soprattutto per molti giovani, proprio essendo soli di fronte ad una scatola quadrata luminescente, novella lanterna magica, prorio essendo non visti, non uditi, ci si affranca paradossalmente dal senso di vuoto e dalla solitudine che permeano l'individuo immerso nella società di massa e da quelle paure che il contatto interpersonale così spesso produce, esprimendosi attraverso una propria controfigura virtuale scritta dalle proprie dita sulla tastiera: in questo modo in internet ci si può dire di tutto, persino una parte di verità.

Su queste basi prende fortemente consistenza l'ipotesi analitica che tende a considerare internet come una grande rete che di fatto appare alla nostra mente come la realizzazione della parte gruppale della mente individuale (gruppalità interna). A questo proposito vale la pena di ricordare come in alcune delle sue riflessioni sul sistema protomentale, Bion abbia concepito il gruppo non tanto o non solo nella sua dimensione strutturale, quanto piuttosto nella sua dimensione fantasmatica. Il gruppo per Bion è prima di tutto "un modo di essere della mente"; non solo un entità sociologica quindi, ma una preconcezione in attesa di realizzazione, una componente dinamica e potenziale della mente di ogni singolo individuo che, non appena le circostanze esterne lo consentono, di fatto si estrinseca in diverse fenomenologie, configurazioni, forme e strutture relazionali. La teoria bioniana del sistema protomentale e degli assunti di base, i concetti di oscillazione e di cambiamento catastrofico, sono dunque dei validisssimi strumenti, delle lenti ottimali per inquadrare le dinamiche invisibili del Ciberspazio, nel quale proprio la mancanza di corporeità evidenzia ancor di più la componente gruppale della mente. Un esempio di questo risiede anche in un esperimento di cui ci parlò René Kaës nella sede dell'Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo di Roma "Il Pollaiolo".

Una decina di esperti psicoterapeuti di gruppo si disposero come è usuale in cerchio in una stanza, ma sperimentalmente seduti con il volto rivolto verso l'esterno del cerchio stesso; Kaës ci narrò della estrema difficoltà che tutti provavano nel tentativo di parlare agli altri membri del gruppo, ma senza poterli vedere in volto, cosa che diede luogo ad una comunicazione particolarmente frammentata, caduca, come se nessun argomento potesse essere sufficientemente interessante per tutti. Forse perchè mancava la possibilità di inviare agli altri anche i tanti piccoli, ma "significativi", per l'appunto, segni o gesti della comunicazione non verbale, con i quali tutti, chi più, chi meno, sottolineiamo le nostre parole; così come mancava del resto anche ogni possibilità di percepire e controllare con lo sguardo gli analoghi e spesso complementari piccoli segni o gesti che tutti facciamo quando qualcuno ci parla. Alla fine, analizzando i nastri delle sedute, risultò chiaro che se a tratti un discorso c'era stato, questo aveva avuto come argomento una sorta di confronto inconscio tra gli oggetti che ognuno dei membri aveva davanti a sé (porte, finestre, quadri, soprammobili ecc.), i cui colori o forme costantemente apparivano nelle comunicazioni dei membri, anche se riferiti ad altri elementi o oggetti: era come se inconsciamente il gruppo avesse comunque cercato di circoscrivere uno spazio collettivo comune, in genere rappresentato dal cerchio delle sedie; potremmo dire insomma che il gruppo aveva cercato di circoscrivere un setting, nonostante la presenza di forti elementi di frustrazione della comunicazione.

Anche in rete ci si aggrega tentando di fissare per prima cosa dei confini telematici per il gruppo, facendo in modo che il "campo gruppale" abbia delle coordinate virtuali adatte per identificarlo, nonostante la dispersione sensoriale e la distanza geografica tra i suoi componenti. Le comunità virtuali e tutti i gruppi virtuali sono, in questo senso, la testimonianza di come, modificandosi oggi i contesti e le modalità dello stare insieme, l'esigenza primaria di comunicare in gruppo con gli altri mantenga comunque alcune costanti relazionali che risentono inevitabilmente di quella matrice gruppale presente in ogni individuo.

Potremmo anche dire che dall'illusione narcisitico-maniacale del singolo utente-navigatore solitario (.quanto è bello e potente il mio computer, che mi rende padrone del mondo), si passa per prima cosa ad una situazione di illusione gruppale, sostenuta da un bisogno relazionale interno dell'uomo (gruppalità interna), che in quanto tale apre maggiori possibilità confronto e di scambio in un particolare tipo di "campo gruppale" (chissà quante cose meravigliose ci potremo dire, così esposti ed insieme così protetti). Un'illusione gruppale che agisce quindi anche in internet come elemento coesivo, favorendo gradualmente l'emergere di una ulteriore capacità di rappresentarsi vivi e veri nella propria appartenenza ad un piccolo gruppo telematico.

Il passaggio successivo è la costruzione e la stabilizzazione del gruppo, cosa che si rende possibile nel momento in cui la percezione della propria appartenenza, oltre che il vissuto del "noi", appaiono come il frutto di una costruzione e di un riconoscimento collettivi; il passaggio ulteriore, quando è possibile perseguirlo insieme, grazie al contributo di tutti ( e non già di pochi parlanti in un gruppo di lurkers-voyeurs pressoché assenti, almeno con la loro parola), è la possibilità di comunicare più compiutamente e quindi di poter compiere un lavoro (mentale od operativo) insieme, grazie anche alla tolleranza della frustrazione derivante dalla percezione di uno spazio gruppale invisibile e senza confini, o meglio con dei confini sempre da costruire o ricostruire ... attraverso un "lavoro di gruppo".

Di nuovo si tratta di fenomeni e dinamiche ben note ai terapeuti di gruppo, che costantemente si rilevano, anche se in modo qualitativamente diverso, in ogni situazione gruppale, soprattutto nei primi momenti della sua costituzione. Anche nei gruppi telematici infatti (4) si assiste al costituirsi di una "scena", in cui ben presto si riconoscono gli attori principali, le comparse, il coro, il pubblico (lurkers); oppure si assiste alla "messa in scena" di aspetti della personalità dei singoli partecipanti, cosa evidentemente di volta in volta favorita dal particolare contesto dinamico che si viene a creare in ogni gruppo mediatico. Un tipico fenomeno che si può osservare ad esempio in una mailing list è questo: anche a causa del peso ed il fastidio prodotto dal silenzio e dall'anonimato della maggioranza degli "astanti", i più interventisti, o "attanti", sono a volte spinti a divenire "agenti", a passare cioè dal livello di attori protagonisti sul palcoscenico della lista a quello più agito di duellanti, trasformando così la scena in un ring. Cosa che possiamo descrivere anche come il risultato dell'instaurarsi sempre più profondo di tipiche dinamiche di coppia come (almeno temporaneo) fallimento della possibilità di mantenere o riattivare invece la "comunicazione circolare", che sarebbe o dovrebbe essere sempre propria della dinamica gruppale, anche in rete.

Quella comunicazione cioè basata sulla possibilità di dare spazio e parola un po' a tutti nel gruppo, in una situazione di accoppiamento fertile in cui, come in una catena o una spirale senza fine, ognuno dei membri risponde sì in parte anche ad un precedente intervento (da cui si sente chiamato in causa, evidentemente), prendendo spunto da esso ed aggiungendo il proprio punto di vista, ma non con lo scopo di creare un duetto stabile, tantomeno un duello, bensì per dare il proprio contributo al dibattito in corso nel gruppo, lasciando poi comunque spazio a qualcun altro. Un tipo di comunicazione possibile solo se anche coloro che, per motivi inerenti alla loro personalità, sono fortemente sospinti a porsi ripetitivamente come attanti, o addirittura come "primi attori", sanno invece accettare la possibilità di limitarsi nel numero e nella veemenza dei loro interventi, cioè di dire la loro e poi però scendere di nuovo nel pubblico o nel coro degli astanti, in modo che possano emergere dal pubblico stesso dei nuovi attanti ... una cosa difficile in genere nei gruppi reali, figuriamoci in un gruppo-lista!

Nonostante queste difficoltà, comunque presenti in ogni tipo di gruppo, appare dimostrata la sostanziale sovrapponibilità dei fenomeni gruppali osservabili nei gruppi on-line con quelli generalmente osservabili in tutti i gruppi umani. Prende dunque piede l'ipotesi di poter utilizzare anche la grande rete o altre situazioni reticolari telematiche o, meglio ancora, multimediali per attivare un lavoro di gruppo che abbia per fine la discussione, la formazione o anche la supervisione o la psicoterapia. Personalmente ammetto di non sentire affatto (ancora?) l'esigenza di costituire un setting di questo genere, ma frequentando le mailing list internazionali sulla psicoterapia di gruppo vedo che in diverse parti del mondo, soprattutto nelle zone geografiche caratterizzate da grandi distanze, formatori o terapeuti di vario orientamento e retroterra teorico-pratico stanno già sperimentando soluzioni del genere (anche se non sembrano ancora esistere risultati probanti o comunque apetamente commensurabili con analoghe pratiche gruppali condotte nel setting abituale).

La ricerca sembra rivolgersi in tutte le direzioni: 1) c'è chi utilizza prevalentemente le chat (e dunque un sistema telematico sincronico), aprendo delle "stanze" ad orari concordati con i membri del gruppo e praticamente lasciando che la discussione proceda liberamente, come se si trattasse di un gruppo riunito in una stanza reale; 2) c'è invece chi utilizza le mailing lists (quindi un sistema telematico asincronico), dando molta importanza agli intervalli tra l'invio delle mail ed alla frequenza con la quale ogni membro del gruppo interviene; 3) c'è chi utilizza delle chat provviste di audio (grazie ad un software specifico, detto client, che ognuno dei membri pone sul suo computer; e grazie a volte anche ad un software di sistema posto in un server centrale), ovviamente per tentare di emulare maggiormente una situazione di contatto reale; 4) c'è infine chi utilizza la televideoconferenza (via internet o anche via linee digitali dedicate), cosa che tuttavia presenta non pochi problemi tecnici al momento (data la lentezza con cui è attualmente ancora possibile la trasmissione delle immagini in internet, a parte la "pesantezza" del client richiesto; per le linee digitali dedicate esistono invece solo sperimentazioni intrauniversitarie, essendo un sistema fuori dalla portata dei normali home computers).

Questi sistemi sono utilizzati sperimentalmente per ogni tipo di situazione di gruppo, in particolare per la formazione (corsi universitari, gruppi di telelavoro o di discussione su argomenti specifici ecc.), ma qui e là cominciano ad essere utilizzati anche in campo clinico. Il punto principale da tenere in grande considerazione ed al quale dedicare una particolare cura preventiva, non riguarda tuttavia la tecnologia (che come sappiamo avanza a passi da gigante) che sottende il seting, quanto la necessità di poter fare nel modo più corretto anche in rete un lavoro di intake, necessario anche per stabilire insieme ai pazienti le opportune regole per il contratto. Anche per questo molti autori cominciano a pensare che forse sarebbe necessario costruire dei siti apposit,i che si occupino (grazie a uno staff specificamente addestrato) solo dei primi momenti di accoglimento ed orientamento della richiesta di terapia eventualmente proveniente dala rete. E' infatti assolutamente necessario accertarsi dell'identità, dell'età, del genere e di tanti altri dati riguardanti i possibili pazienti, oltre che della loro piena motivazione a svolgere in rete un lavoro terapeutico, un lavoro che per qualche motivo, tutto da chiarire, non hanno voluto, saputo o potuto chiedere nel reale.

NOTE

(1) De Polo Renato, Vuoto di identità e rischi del virtuale, relazione letta al convegno "Internet: Benessere, Inquietudini e Disagio. Psicoterapia e Gruppalità nella Grande Rete", Brescia, 4 marzo 2000, organizzato da Università degli Studi di Brescia - Cattedra di Psicologia Clinica, con il patrocinio della Facoltà di Medicina e Chirurgia e in collaborazione con SINOPSIS - COIRAG Centro Studi e Ricerche PSYCHOMEDIA, Atti pubblicati su PSYCHOMEDIA alla pagina web http://www.psychomedia.it/pm-proc/brescia2000/ndx-internet.htm

(2) Ronchi Ermete, Emozioni in rete. Cambi di paradigmi e nuovi pazienti, relazione letta al convegno "Internet: Benessere, Inquietudini e Disagio. Psicoterapia e Gruppalità nella Grande Rete", Brescia, 4 marzo 2000, organizzato da Università degli Studi di Brescia - Cattedra di Psicologia Clinica, con il patrocinio della Facoltà di Medicina e Chirurgia e in collaborazione con SINOPSIS - COIRAG Centro Studi e Ricerche PSYCHOMEDIA, Atti pubblicati su PSYCHOMEDIA alla pagina web http://www.psychomedia.it/pm-proc/brescia2000/ndx-internet.htm

(3) Longo Marco, Per una psicoanalisi delle Masse Mediatiche e della Grande Rete, lavoro presentato al congresso "Sul lavoro di W.R. Bion", Torino luglio 1997, organizzato da Silvio Merciai (et alii), pubblicato su PSYCHOMEDIA alla pagina web http://www.psychomedia.it/pm/telecomm/telematic/psanmass.htm

(4) Longo Marco, Psicodinamica dei "gruppi mediatici", Atti del convegno "Nuovi media e disagio psichico. Comunicazione, identità e relazione nell'era digitale", Palermo, 15 Aprile 2000, organizzato dall'Università degli Studi di Palermo, raccolti nel volume a cura di Vincenzo Caretti, Daniele La Barbera Psicopatologia delle realtà virtuali. Comunicazione, identità e relazione nell'era digitale, edito da Masson, marzo 2001.


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