PM - HOME PAGE ITALIANA NOVITÁ MAILING LISTS DIBATTITI

PM

PSYCHOMEDIA
Salute Mentale e Comunicazione

Dibattiti svoltisi sulle liste di PSYCHOMEDIA

 

Dibattito sul film di Nanni Moretti La stanza del figlio

avvenuto nella lista "Salute Mentale e Comunicazione"
di PSYCHOMEDIA (PM-SMC)
da marzo a maggio 2001
  Editing a cura di Paolo Migone

Vai al dibattito avvenuto nella lista della SPI


30 Mar 2001, From: Sergio Benvenuto:

Cari colleghi, ho quasi vergogna di proporre - in una ML dove si discutono problemi seri, gravi e grevi, concretissimi, come i delitti dei minorenni - un argomento quasi fatuo, a paragone di quel che ci occupa e preoccupa in PM. "La stanza del figlio" di Moretti. Mi piacerebbe leggere i commenti di qualcuno di voi su questo film, per alcune ragioni che vi confido.

Una ragione è che una rivista analitica mi ha chiesto un contributo su questo tema, e quindi vorrei sapere quel che ne pensa "la categoria".

Un'altra è che sono stato impressionato, più che dal film stesso - il quale, dopo tutto, non mi ha particolarmente commosso - dal successo che sta riscuotendo. Successo non so se anche tra psicoterapeuti e analisti, ma certamente nel grande pubblico. Immagino che anche i vostri pazienti ve ne parlino. Questo film ha TOCCATO qualcosa di sensibile, a dispetto di certi suoi limiti estetici (per dirne una: una colonna sonora abominevole!). E il fatto che il protagonista sia uno psicoanalista non mi pare affatto irrilevante.

Ovviamente, se questo mio stimolo provocherà delle risposte, dirò anche quel che ne penso io. Grazie. 

30 Mar 2001, From: Rossella Valdrè:

Rispondo un po' a getto, per impressioni. Il film mi è parso tutto sommato modesto, inferiore ad altri di Moretti, per cui il gran parlare che se ne è fatto (ma soprattutto a livello di critica) desta un certo stupore. Ma non credo sia questo il senso della tua domanda. Va tenuto però conto, secondo me, che ha fatto parlare in quanto "di Moretti", non altrettanto sarebbe stato per un film analogo di altro regista. Tocca comunque alcuni punti a cui la gente è sensibile.

Uno, credo che sia la tematica dell'avere figli e dell'averli adolescenti. E' un tema di moda. Sono due criticità: l'avere figli oggi (chi non ne vuole, chi li vorrebbe a tutti i costi...); e la sofferenza degli adolescenti, che si esprime a volte con modalità così distruttive da interessare i fatti di cronaca.

Un altro punto è quello della perdita. Direi che è un film sulla perdita, ma diversamente dal solito non la perdita dell'amato, bensì di un figlio. E' una perdita "normale", cioè non ha quei caratteri di eroismo o particolarità di certe morti cinematografiche. Il ragazzo muore qui per un fatto banale, che potrebbe capitare a chiunque, con cui chiunque può identificarsi. La rappresentazione dell'elaborazione di questa perdita è poi abbastanza ben fatta, carica di tutti quei silenzi, quelle rabbie, quelle incongruenze che accompagnano i processi di lutto. La perdita credo sia un tema a cui tutti siamo sensibili. Il fatto che il protagonista sia uno psicoanalista, forse vuole significare come anche per una persona allenata a lavorare con le sofferenze, un'esperienza così sia devastante e renda non più possibili i consueti canali di vita. La perdita come motore di un profondo cambiamento.

Personalmente, solo una mia paziente mi ha parlato di questo film, e si è detta colpita della "gravità" di quei pazienti rispetto a lei (ha colto, credo, un aspetto un po' caricaturale). Ho trovato piuttosto fine l'episodio di Silvio Orlando, che sembra ad un certo punto avvertire a livello transferale l'insofferenza e quasi l'odio dell'analista verso di lui, e anticipa la fine andandosene lui (per chi non l'ha visto, il figlio muore mentre l'analista va a far visita a questo paziente che minacciava il suicidio). Di nuovo la morte e la perdita.

Ci sarebbe molto altro, ma per ora mi fermo qua, aspettiamo altri commenti (certo è impossibile, per fortuna, essere nella mente dell'autore! le nostre sono solo divagazioni). Saluti. 

31 Mar 2001, From: Danila Moro:

Anche a me il film non ha particolarmente coinvolto, mentre so di mie amiche che si sono sciolte in lacrime in certi suoi momenti. Comunque l'ho trovato ben fatto per la raffigurazione del lutto attraverso l'indugiare della telecamera sugli oggetti, sui gesti, sul volto dei personaggi e sui silenzi, più che sull'espressione diretta del dolore.

Per quanto riguarda la figura dello psicoanalista, ricordo di aver pensato che, rispetto ad altri film che ritraevano il lavoro dello psicoanalista, questo era un po' più aderente alla realtà. Certo, i pazienti sono un po' caricaturali, e qui esce uno degli stereotipi dello psicoanalista (e come potesse essere altrimenti), cioè quello di una persona soprattutto accogliente, disponibile, che ascolta e non giudica, parla poco e non dà soluzioni. Uno stereotipo, però, meno lontano dalla realtà di altri.

Ad un certo punto, dopo la tragedia, però, il suo atteggiamento cambia. Ed ecco che emergono le sue emozioni, umane, troppo umane (comincia anche a trattar male i pazienti). Forse questo è un aspetto che può colpire le persone in analisi, in senso liberatorio e seduttivo: l'analista scende dal trono della neutralità, nella piazza della sofferenza comune.

Volendo andare più in là, curiosamente due dei suoi pazienti sembrano guarire proprio in seguito a questo suo lutto. La morte del figlio coincide con la scoperta del cancro nell'altro, che paradossalmente innesta un circolo virtuoso di rinascita. E la donna trova un modo per uscire dal suo controllo ossessivo della realtà. Per quanto riguarda il terzo paziente, la comunicazione della fine del rapporto da parte dell'analista innesta una reazione emotiva violenta, che tuttavia ho recepito come potenziale sblocco di una situazione di stallo.

Un altro aspetto, che va però sempre nella stessa direzione dell'"umanizzazione" dell'analista, è la ricerca di consiglio da parte del terapeuta presso un collega (che illustra, anche se superficialmente, la pratica diffusa della supervisione). E poi, appunto la sua decisione di interrompere il suo lavoro perché non si sente più in grado di farlo adeguatamente, cosa che motiva in questo modo anche ai pazienti.

Per gli amanti di Nanni Moretti, questo è un film un po' atipico. La vena di impegno politico sembra assente (anche negli ultimi film aveva virato un po' più sull'intimistico, ma permaneva, a mio avviso, sempre qualche elemento di "denuncia", e il problema dell'identità passava attraverso la ricostruzione di atmosfere "storiche", immerse in un humus generazionale). In questo film Nanni Moretti è più simile a una persona qualunque, un padre normalmente preoccupato per la crescita dei figli, che va a fare colloqui col preside in veste di genitore "borghese". Il suo personaggio è molto meno narcisisticamente e idiosincraticamente concentrato su se stesso rispetto ai film precedenti. Per i suoi cultori, dunque, il fatto che Moretti arrivi a fare un film del genere può essere fonte di ulteriore stupore e invito alla riflessione.

Ci sono tanti altri aspetti del film che si possono ulteriormente considerare. Per esempio, per quanto riguarda la madre, quella breccia nel suo dolore che sembra spalancarsi all'idea di poter incontrare la ragazzina innamorata del figlio. Oltre alla possibilità che quell'incontro apre di poter parlare con qualcuno della persona amata scomparsa, parte dell'elaborazione del lutto, sembra adombrare una sorta di complicità tra donne di due generazioni diverse, di comprensione e condivisione: forzando un po' le cose, si potrebbe dire che la madre può ora manifestare incondizionatamente, senza più remore e divieti, data la morte del figlio e l'impossibilità di una sua messa in atto, quel suo amore ("incestuoso") nei confronti di lui che in condizioni normali ogni madre di adolescente tiene celato dentro di sé.

Comunque, ben venga un argomento più leggero, ogni tanto!

2 Apr 2001, From: Luca Panseri:

Raccolgo volentieri l'invito di Sergio Benvenuto ad esprimere qualche riflessione dopo la visione del film di Nanni Moretti. Ero andato al cinema convinto di assistere a un capolavoro. Avevo infatti letto una critica sul Corriere della Sera di Tullio Kezich che si dichiarava entusiasta del film, destinato, a suo parere, alla vittoria di prestigiosi premi cinematografici.

Ho sempre molto apprezzato Nanni Moretti, spesso capace di grande autoironia e abile nel descrivere con acutezza se stesso e le proprie nevrosi. Certo in questo film la prova era veramente ardua: vestire i panni di un analista colpito dal dolore tremendo per la morte del giovane figlio. Raramente mi è capitato di vedere film in cui la figura dello psicoterapeuta sia stata rappresentata in modo sufficientemente vicino alla pratica reale, ma soprattutto in modo originale. Sempre una valanga di stereotipi attraverso i quali, tra l'altro, il grande pubblico si forma un'idea del nostro lavoro. Purtroppo, a mio parere, anche Moretti non è andato molto più in là. L'analista interpretato da Moretti mi è apparso troppo passivo e stancamente conciliante con i suoi pazienti, disponibile anche a visitarli alla domenica mattina per una situazione di crisi, addirittura, da buon samaritano della salute psichica, recandosi a casa del paziente stesso.

Come ha osservato Danila Moro nel suo interessante intervento, è vero che Moretti mostra il volto umano dell'analista, ma concordo con la collega, troppo umano. L'eccesso di accondiscendenza verso le richieste dei pazienti si tramuta bruscamente, dopo la morte del figlio, in un atteggiamento di violento rifiuto. L'analista si distacca dai suoi pazienti, li punisce ignorandoli e colpevolizzandoli, assorbito dal suo dolore che diventa l'unico dolore. Ma in sostanza il suo atteggiamento non cambia : era poco partecipe anche prima della tragedia. Almeno così a me è sembrato un terapeuta che lasciava scorrazzare liberamente un'ossessiva negli estenuanti andirivieni del suo pensiero ripetitivo, o che si lasciava brutalmente aggredire e insultare da un paziente, senza fornire un limite e un contenimento.

Ma più di tutto questo, mi sarebbe piaciuto, da spettatore/terapeuta, ricevere stimoli creativi e originali riguardo il processo di elaborazione dell'esperienza del dolore. Come terapeuti questa è infatti la sfida più importante che dobbiamo sostenere: porci di fronte al dolore, anche il più tremendo, trasformandone il potenziale distruttivo in un esperienza di crescita.

Moretti cosa fa? Si oppone. Se la prende con se stesso e i suoi pazienti. Ma non è, il suo, un lamento di Giobbe, intriso di rabbia ma anche di un disperato bisogno di riallacciare il dialogo interrotto con l'esistenza. Quella di Moretti è una sofferenza fiacca, nevrastenica, in cui lo spettatore non percepisce il pathos proprio perché la figura dell'analista morettiano ne è totalmente priva.

Mi sarebbe piaciuto rivedere il Moretti che in Caro diario raccontava con leggerezza e coraggio la storia della diagnosi e terapia del cancro di cui egli ha sofferto e che, almeno nel ricordo che conservo di quel film, infondeva speranza.

Avrei desiderato quindi che, proseguendo la sua esplorazione sui fatti della vita, Moretti fosse stato capace, per dirla con Binswanger, di "accendere e ridestare nell'ammalato (in se stesso e nello spettatore) la 'scintilla divina'... la cui luce e il cui calore sono in fondo le uniche forze in grado di liberare l'uomo da suo isolamento cieco, dall'idios Kosmos, cioè da un mero vivere nel proprio corpo, nei propri sogni , nelle proprie inclinazioni private , nel proprio orgoglio e nella propria superbia". Saluti a tutti.

2 Apr 2001, From: Paolo Migone:

On 2 Apr 2001, Francesco Bollorino wrote:
>sarebbe interessante ascoltare un parere di Paolo Migone che del film
>è stato consulente... mi pare.

Ho esitato a dire la mia sul film La stanza del figlio perché non so bene quanto io possa dirne di più di chiunque altro. Non penso si possa dire che io sia stato a tutti gli effetti un "consulente" di Nanni Moretti. E' andata così: tre anni fa circa mi ha telefonato (io non lo conoscevo) per dirmi che da tempo pensava a un film sulla psicoanalisi, e che per questo aveva letto molte cose. Gli erano piaciuti due miei casi clinici che avevo pubblicato anni fa sulla rivista Psicoterapia e scienze umane (1990, 2: 109-118, e 1993, 4: 117-126) e voleva metterne dei brani nel suo film (nel film c'è anche del materiale clinico di Bolognini, che è un collega di Bologna, e di un altro collega di Roma). Mi ha poi mandato parte della sceneggiatura. Il nostro rapporto si è limitato ad alcune lunghe chiacchierate, in cui non abbiamo parlato solo del film, ma anche di varie altre cose.

I miei pazienti sono due, uno è quello interpretato da Stefano Accorsi (quello un po' agitato), e l'altro (che nel film diventa una donna) è quel caso di disturbo ossessivo-compulsivo con varie ossessioni tra cui la fissazione delle date (per coincidenza, è lo stesso che ho menzionato ieri nella mia mail alla lista Psich-ITA riguardo alla terapia del Disturbo Ossessivo-Compulsivo).

A me il film è piaciuto, anche se comprendo quelli che hanno detto che non è certo un capolavoro della storia del cinema, e che forse non meritava il grande interesse della stampa (e del pubblico) che ha avuto (tra l'altro, a me capita che se mi aspetto troppo da un film, poi non lo vedo obiettivamente e rischio di rimanerne deluso). La mia lettura iniziale è stata abbastanza semplice (preciso che non sono un esperto di film): ci ho visto soprattutto la questione della morte del figlio come centrale, non un discorso specifico sulla psicoanalisi, ma in qualunque opera d'arte si possono individuare tanti significati, e questo è il suo bello. Può anche darsi che io abbia visto il film con occhi particolari, e che altri (magari non del nostro campo) ci leggano tutt'altro. Io ci ho visto la questione della morte del figlio come dramma esistenziale, come riflessione sugli equilibri e sui valori della vita, e all'interno di questa problematica anche la questione della analisi come riflessione su di essa, quasi come parte di essa. Mi ha molto colpito ad esempio l'intreccio tra professione e vita personale, ben raffigurato nel film, e non solo a livello narrativo (es. gli "errori di controtransfert", quando cioè l'analista è freddo con quel paziente - che poveretto è anche ammalato di cancro - che ritiene colpevole della morte del figlio - qui Luca Panseri mi sembra di capire sia critico ma a me è proprio piaciuto il rappresentare questa "umanità" dell'analista che non è perfetto, o dove se volgiamo voleva essere proprio rappresentato un "errore", quasi anche in senso didascalico), ma anche a livello simbolico (vedi ad es. quella scena in cui, dopo aver ascoltato quel sogno in cui il paziente apre tante porte, l'analista finisce la seduta e cammina per la sua casa attraverso tante porte). Mi è piaciuta anche la raffigurazione idilliaca, chiaramente enfatizzata, della famiglia perfetta, "sana", molto unita, di una vita ben costruita sulla base di tante certezze esistenziali, che poi però improvvisamente si crepa (vedi al scena di Moretti che scopre tutte le crepe nelle tazze in cucina) e scoppia il dramma, rappresentato qui dalla morte improvvisa di un figlio, una cosa che non ne può esistere forse una peggiore, e che porterà ad una (pare temporanea) separazione dei coniugi (è possibile che Moretti sia molto preso da questa ed altre ansie - in Aprile aveva fatto nascere il figlio, in questo film lo fa morire, sempre forse per esorcizzare le relative ansie). A questo proposito mi è piaciuta la scena in cui si vede che improvvisamente qualcosa di terribile sta accadendo, sta abbattendosi sui protagonisti: Moretti guida e rischia di avere un incidente, il figlio parte per l'immersione di sub (dove morirà), la figlia rischia di avere un incidente col motorino. Aleggia una atmosfera veramente sinistra, che rende bene l'idea della precarietà delle sicurezze della vita, una disgrazia può accadere in ogni momento nella vita di ognuno. E' una scena piena di ansia, ben rappresentata, dove si capisce che comunque la nostra vita è sempre legata a un filo, non possiamo tenere sempre sotto controllo tutto (come appunto fanno gli ossessivi per arginare l'ansia, e suppongo che Moretti sia stato interessato a quel mio paziente ossessivo anche per questo).

Ma, ripeto, il bello di un film è che vi si possono vedere tante cose. E' stata Albertina Seta, in una mail privata di alcuni giorni fa, che mi ha fatto pensare ad altri possibili significati del film. Ho anche ricevuto una mail da parte di un giornalista (Carlo Patrignani) che voleva chiedermi del film (avendo visto il mio nome nei titoli), e che poi mi ha mandato un articolo da lui scritto, in cui vi sono molti spunti interessanti. La copio qui sotto, per condividerlo coi membri della lista (vengono intervistati vari colleghi, tra cui anche Sergio Benvenuto che ha aperto questa discussione):

Articolo uscito il 18-3-2001 sul Corriere Adriatico, a firma di Carlo Patrignani:

Nel clima di inquietitudine generato da atti tanto efferati quanto incomprensibili compiuti da figli-adolescenti di 'famiglia normale e perbene', Novi Ligure in testa, si inserisce il nono film di Nanni Moretti, La stanza del figlio, pensato dieci anni fa, nel 1991, ed iniziato a girare tre anni fa, nell'autunno 1998, ad Ancona. In questa tranquilla città sul mare, lo psicoanalista Giovanni fa jogging da solo o con il figlio Andrea. Quella di Giovanni è una famiglia ideale: una casa piena di libri, tutti sono educati, nessuno alza la voce, si sorridono e cantano insieme, si vogliono bene. Un'atmosfera dunque armoniosa: i genitori lavorano e fanno l'amore, i due figli adolescenti vanno a scuola, Jasmine Trinca gioca a pallacanestro e Giuseppe Sanfelice fa pesca subacquea.

Questa 'cornice' familiare si combina e si integra con la figura di Giovanni: psicoanalista 'distaccato' ed indifferente, che non si fa coinvolgere dalle ossessioni dei suoi pazienti. Perché' "l'analista deve avere empatia, calore umano, sentire quel che il paziente vive e quindi identificarsi con lui, ma - spiega Moretti - deve tenere contemporaneamente la distanza per capire ciò che succede lì dentro". Di pazienti, Giovanni, ne ha molti, alcuni gravi altri meno: c'è l'ossessionato sessuale, l'ossessionato dal suicidio, l'ossessionata dall'orologio. Ognuno di essi si affida alla psicoanalisi per star meglio, per ritrovare il proprio benessere. Ma, "la psicoanalisi, a volte, aiuta a lenire l'infelicità, la sofferenza", avverte Moretti, che ha rappresentato la 'distanza' di Giovanni: controllato e misurato, al limite dell'indifferenza. "Lei mi fa impressione, è freddo, il mio analista precedente non era così", gli rinfaccia una paziente. Il ritmo, l'andamento delle sedute analitiche, portato in scena, è sempre lo stesso, una sorta di tran-tran che Moretti trasporta anche nella vita familiare.

"E' un Moretti assolutamente geniale nella descrizione che fa della psicoanalisi: il niente assoluto delle sedute analitiche - dice lo psichiatra Massimo Fagioli - La realtà è stata sempre questa, il niente assoluto, che Moretti rappresenta e descrive stupendamente: un confessionale laico senza nessuna interpretazione, neanche dei sogni e nessuna ricerca".

Già nel 1986 con Diavolo in Corpo, Marco Bellocchio aveva messo a fuoco la questione: la protagonista - Maruska Detmers - scappa dal lettino, si ribella all'analista con il quale intratteneva un rapporto sfilacciato e saltuario, al quale si contrapponeva quello molto più coinvolgente ed intimo con un ragazzo, Andrea, figlio dell'analista rifiutato. In La stanza del figlio, Moretti va oltre.

"Non descrive infatti un caso, ma più casi e la genialità sta proprio in questo ulteriore approfondimento - aggiunge Fagioli - nella capacità di far luce sullo squallore della psicoanalisi e delle classiche sedute analitiche".

Sembra quasi che Moretti abbia oggi reso concreto e visibile quanto il filosofo Umberto Galimberti ha scritto il primo novembre 2000: "alla base delle divisioni tra scuole psicoanalitiche c'è una preoccupante assenza di pensiero ed un uso del tutto strumentale della terminologia psicoanalitica, senza la minima cura di verificare se sotto queste differenze non ci sia una identità non pensata". La dizione 'assenza di pensiero' riferita alla psicoanalisi dice, appunto, della sua 'non esistenza'.

"E' tutto merito di Nanni Moretti: un film bellissimo, straordinario, dove non c'è nulla da criticare", osserva lo psichiatra, Andrea Melella, 'amico' del regista. "E' lui il regista del film come - precisa - è sua l'idea e la successiva sceneggiatura".

Ma qualcosa in quella bella famiglia si incrina e allora tutto appare rigato, sbocconcellato, incollato alla meno peggio. Forse quel bianco copriva lo sporco? C'è il rito dei pasti: le colazioni del mattino, le cene che conducono al dialogo. In questa armonia apparente, ognuno recita la sua parte: il padre appare sempre un po' sentenzioso, portato com'è a dar troppo peso all'impegno, alla competizione; premurosa la madre; distratta la figlia e Andrea, il secondogenito, simpatico ma anche bugiardo, deciso a negare la bravata di aver rubato con un amico un fossile dal laboratorio della scuola. Non tutto, dunque, è "a posto" nella famiglia. Però qui i genitori - a quanto pare - hanno un rapporto 'normale' coi figli, ci parlano, ed i ragazzi rispondono agli adulti. Come possono.

Che sia una risposta al disagio giovanile, al difficile, complesso rapporto genitori-figli di cui tanto si parla sui mass media? "Trovo superficiale ed assurdo dire che bisogna ascoltare i figli, gli adolescenti - osserva lo psicoanalista Pier Francesco Galli - come se il silenzio non fosse comunicazione: penso che l'ascolto è altra cosa dall'ascoltare". E', forse, questo modello, questo 'ascoltare' che Moretti ci mostra con gran maestria che può non far comprendere l'altro? "Moretti ci offre un grosso spunto di riflessione - conclude Galli - come lo è tutta la stupenda rappresentazione della cosiddetta normalità e quindi della famiglia normale, quella piccolo-media borghese".

Moretti spinge la famiglia che va descrivendo verso il "dunque", la mette davanti a un evento imprevisto, inaccettabile: la morte di Andrea in mare, accidente che il regista non descrive. C'è infatti solo la partenza del ragazzo con i suoi amici in gommone e poi sono mostrate le conseguenze dell'incidente: il corpo steso nella cassa, il coperchio saldato alla bara.

Scattano allora i sensi di colpa, quasi un genitore potesse porre uno scudo protettivo davanti ai suoi figli, le ripulse a parole di consolazione, a volte il ripudio del precedente tran-tran lavorativo. Tutto è reso da Moretti con gli strumenti propri del cinema: le immagini prima ancora delle parole. La morte accidentale di Andrea porta il dolore conseguente che è insopportabile e Giovanni capisce di non poter più lavorare, ritiene Oscar, il paziente in preda ad una crisi di panico, responsabile per quella domenica mattina 'fatidica' quando aveva in programma la solita corsa sulla spiaggia con il figlio. Ecco dunque che salta 'la distanza' tra se e gli altri e Giovanni comprende di non essere stato mai 'utile' a se stesso e agli altri siano la moglie ed i figli o i pazienti.

"Un film bellissimo, struggente, che ti resta dentro e lascia il segno - dice Valter Veltroni leader dei DS - Straziante ed intenso dall'inizio alla fine". E la crisi dello psicanalista che è anche padre? "E' la crisi di un uomo - aggiunge - al quale viene a mancare il figlio: e la morte del figlio è terribile, è così sconvolgente da determinare una assenza, una sparizione nella quale si viene letteralmente trascinati ed inghiottiti".

Forse c'è ancora dell'altro. "Nella crisi dello psicanalista c'è la crisi dell'uomo moderno", avverte Sergio Benvenuto, psicologo e direttore del Journal or European Psycanalysys. "Moretti possiede un intuito notevole della realtà in cui viviamo: lo psicoanalista come l'uomo moderno, ha un sapere vuoto - precisa - E' certamente un ottimo padre, un bravo marito, un professionista in gamba, ma conduce una vita piatta, incolore: manca qualcosa in quella famiglia perfetta. Qualcosa di eccitante". E' la rappresentazione della psicoanalisi "senza vita". Poi, "di fronte al dolore tutto va in frantumi proprio perché' il dolore è cosa reale - continua - non si può rimuovere: obbliga tutti a farci i conti".

La normalità messa in scena colpisce e al tempo stesso induce grosse riflessioni. "Forse la normalità non è proprio tutta omogenea, priva di intelligenza - sottolinea Fagioli - non penso cioè che vi sia una realtà di vuoto assoluto. Certo - precisa - i fatti di Sesto San Giovanni e di Novi Ligure impongono una riflessione seria sulla normalità e, direi meglio, sui limiti della razionalità: anzi questi fatti sono il prodotto della razionalità che è fredda ed anaffettiva". Ossia è senza 'affetti' ed 'emozioni', senza nemmeno quella rabbia e quell'odio che non portano all'azione violenta. "Bisogna allora rivolgersi all'irrazionale tanto temuto - conclude Fagioli - a quel mondo interiore fatto di pulsioni, immagini, affetti che è l'inconscio umano".

Solo dopo la tragedia, Giovanni si accorge che nella casa le tazze sono sbreccate, la teiera è stata reincollata, i mobili sono sfregiati, niente è più intatto: la sua vita e i rapporti familiari mostrano le crepe, sono ormai frantumati. Come psicoanalista, prima di finire e precipitare nel dolore 'sconosciuto' ed inaccettabile, ascoltava la sofferenza dei suoi pazienti, in realtà, forse, la maneggiava indifferente, con fredda perizia professionale.

3 Apr 2001, From: Albertina Seta:

Incuriosita, come altri, dal nome di Paolo Migone nei titoli di coda del film, gli avevo scritto:
<< Ciao Paolo, come va? Ti scrivo per una curiosità legata all'ultimo film di Moretti, poiché ho visto che sei citato nei titoli di coda, tra i ringraziamenti.
Vedere il film per me è stata una sorpresa: i giornali infatti davano risalto alla questione della morte del ragazzo, del dolore ecc., invece, fin dalle prime immagini si evidenziava una centralità del tema psicoanalitico.
Ossia, non è che Giovanni il protagonista faccia incidentalmente lo psicoanalista come potrebbe fare l'insegnante o qualunque altra cosa, è che i tre quarti del film sono rappresentati da sedute psicoanalitiche. Ora questo deve avere indubbiamente un significato, che però, a quanto pare, i critici e i giornalisti di cinema hanno in gran parte ignorato. Inoltre la tua "consulenza", come quella di Paolo Boccara mi sembra indicativa del fatto che Moretti abbia voluto ricostruire in modo minuzioso, ampio ed esauriente la situazione di un setting psicoanalitico. Mi sembra chiaro che ci tenesse molto a questo, per cui il silenzio successivo mi appare ancor più curioso.
Le impressioni che si sentono in giro sono discordanti: c'è chi vede nello psicoanalista del film una figura "positiva", un professionista che fino a un certo punto della sua vita mantiene un rapporto valido con i suoi pazienti, disinvolto, "empatico", non paludato ecc. Per altri il film rispecchia la crisi di una psicoanalisi che ormai mostra la corda finora malcelata di risolversi in un "confessionale laico" in cui mancano la clinica, i sogni, le interpretazioni, qualunque fattore terapeutico.
Sinceramente ti dirò che questa è anche la mia impressione. Come pure mi è sembrato che Moretti sia affascinato dal tema del "distacco" che rimane sospeso in tutto il film.
Vorrei sapere, in via del tutto personale, cosa ne pensi tu, visto che sei stato coinvolto più o meno direttamente.
Se poi pensi che possa valerne la pena, si potrebbe riprendere la discussione in lista.>>

Ora vedo che sull'argomento c'è stato qualche intervento e che Paolo ha mandato in lista l'articolo di Carlo Patrignani del Corriere Adriatico, che mi sembra uno dei pochi acuti sull'argomento.

A me il film è sembrato complessivamente giocato sui toni del minimalismo e mi ha lasciato un senso di tristezza legato non tanto al dramma della morte del ragazzo, quanto rappresentazione di una realtà quotidiana, familiare e di lavoro, ovvero quello che fa da sfondo al dramma stesso, piuttosto dimessa e stanca, priva di emozioni e slanci, quantunque non malvagia.

Forse per una simpatia nei confronti dell'autore, ho voluto vedere in questo, specialmente nella messa in scena di ciò che avviene nella stanza d'analisi, una sorta di genialità. E' vero, i film che tentano questa rappresentazione, a parte le numerose parodie americane degli "shrinks", si contano sulla punta delle dita. C'era qualcosa in Diavolo in corpo di Marco Bellocchio (1986), qualcosa in F. Nuti, ma quella di Moretti è molto più dettagliata e significativa. Una denuncia del vuoto che può nascondersi dietro a un setting duale impenetrabile a sguardi esterni, dunque?

A me sembrava così, la rivelazione lampante di una realtà a molti sconosciuta : nessun lavoro clinico, pochissimi sogni, nessuna interpretazione dei sogni. Solo una funzione di ascolto più o meno annoiato, qualche intervento di contenimento e poi il lasciare indisturbato lo svolgersi della coazione a ripetere, delle elucubrazioni, delle ossessioni dei pazienti. Una rappresentazione di un non-analista, allora?

La cosa mi sembrava convincente, anche perché vedevo una continuità tra questo fallimento professionale e l'incapacità del protagonista di reagire al dramma familiare. Nessuna rottura dunque, è che fare gli psicoterapeuti non è di per sé garanzia di niente, soprattutto se questa attività non si fonda su una formazione umana adeguata.

Sennonché pare che l'autore stesso neghi un'interpretazione del genere, dice in dibattiti pubblici che non era nelle sue intenzioni coscienti esprimere niente di tutto ciò. A me a questo punto resta il dubbio se Moretti abbia una dimensione artistica, inconscia, più lungimirante della sua stessa coscienza o se chi, come me e altri, ha visto nel film tutti questi contenuti voglia un po' troppo bene a Moretti. Un saluto.

6 Apr 2001, From: Nicola Artico:

Dico volentieri la mia dopo aver letto i punti di vista - interessanti - di altri sul film. Peraltro avevo anch'io pensato di scrivere qualcosa sul tema in lista ma mi ero frenato valutando di introdurre argomento troppo fuori tema. Invece ho scoperto con piacere che si può essere anche un po' più "leggeri" e che anche altri la vedono così. Bene.

Credo che ci siano delle cose che potremmo dire dividono sicuramente il mondo delle persone in due, tra queste vorrei elencare una mia *personalissima* (e non completa) lista: quelli che amano l'estate e quelli che la odiano; quelli che amano i gatti e quelli che non li sopportano (o li temono); quelli che adorano D'Alema e quelli che è freddo e presuntuoso; quelli che ammirano Berlusconi e quelli che sembra un dittatore sudamericano; quelli che non si perdono un film dei Vanzina e quelli che li trovano un insulto al cinema; quelli che vivono per Internet e quelli che "i computer sono freddi e non mi interessa nemmeno saperli accendere"; gli interisti ed i milanisti; ecc.

Da molto tempo ho inserito con convinzione in questa mia fantasiosa tassonomia binaria anche quelli che amano Moretti e quelli che non lo sopportano o non lo capiscono (insieme a quelli che pensano che sia il nome di una birra italiana di media qualità ma è una sottocategoria). Ho anche studiato una variante per separare nel cluster *Morettiani* i Morettiani d.o.c. da quelli, diciamo così più alla buona, il test riguarda la domanda: "E' Palombella rossa uno dei suoi film che hai amato di più? Solo chi risponde affermativamente può fregiarsi della denominazione ad origine controllata.

Sono senz'altro tra quelli che hanno sempre seguito ed apprezzato il regista di Brunico da Io sono un autarchico. Ecce bombo (la sua opera prima per il grande pubblico) l'ho visto con i miei amici che eravamo tutti in età di esame di maturità e siccome in quel film c'è una scena comico-ironica di pregio che riguarda proprio l'esame di maturità ne rimanemmo tutti abbagliati. Di Moretti, a parte l'ironia tagliente ed una quota evidente di nevrosi (concordo con Migone sul versante ossessivo) con la quale sento una affettuosa e preoccupante vicinanza, ho sempre apprezzato il suo modo "asciutto" ed un po' calvinista di fare cinema. Soprattutto in un decennio i "patinati e luccicanti anni ottanta" quando, fregandosene delle mode e delle tendenze delle "Milano da bere" ha fatto invece un cinema minimalista nel linguaggio e colto nei contenuti. Ha perseguito coerentemente il *suo* genere di cinema, il suo linguaggio per immagini, ha pagato il suo debito a Fellini ed a Woody Allen.

Insofferente di piacere alle "maggioranze", ai luoghi comuni qualunquistici o di seguire liturgie (il famoso dibattito dopo il film) e tuttavia un cinema politico in un periodo in cui trionfava e trionfa come valore l'impoliticità. Asciutto quasi fino al punto di sembrare severo anche con se stesso, con la sua storia. Tuttavia, secondo me, sempre autentico. Recentemente qualcuno ha detto che l'autorevolezza ha a che fare anche con la coerenza. Forse, in questo senso, Moretti è anche un regista autorevole, io le sento così e credo di non essere il solo anche se, da bravo morettiano, probabilmente in minoranza.

La stanza del figlio forse non è una delle sue migliori opere comunque ci sono degli aspetti degni di nota uno di questi l'ultimo che citerò, credo anche pertinentemente discutibile in questa lista.

Intanto, a mio parere, tratta il tema dolorosissimo di una morte di un giovane nel suo solito modo sobrio, senza concedere niente a melò o facili commozioni. Tuttavia offre egualmente spunti di riflessione, quasi "contenendo" sullo schermo l'angoscia anche per lo spettatore.

Eppoi è ancora una volta fuori dal coro, "il dolore può anche dividere, non solo unire" forse, dopo, chissà, ci potrà essere una nuova riunione, una reintegrazione possibile mi sembra che su questo lasci un messaggio aperto e non conclusivo.

Non so se sia merito di Migone (in ogni caso complimenti) ma credo che questo sia uno dei pochissimi film dove la figura dello psicoterapeuta in questo caso psicoanalista è trattata nel modo più credibile e, comunque, meno macchiettistico tenendo conto delle esigenze e dei limiti di regia.

Ma il punto che invece vorrei più sottoporre all'attenzione dei colleghi è un altro. Dopo il travaglio emotivo del protagonista-psicoterapeuta (compreso il tutto sommato divertente agito di controtransfert) ad un certo punto egli sembra voler chiaramente smettere di fare quel lavoro. A me è sembrato interessante lo spunto e nemmeno così ovvio. Molti di noi conoscono persone che hanno fatto i più svariati mestieri e professioni e le hanno cambiate o molto riciclate. Ma quanti di noi conoscono persone che facevano gli psicoanalisti e che, con onestà o per altri interessi, hanno cambiato lavoro? Trovo concettualmente interessante pensare il mio lavoro né come una missione, né come una cosa che debba coincidere irreversibilmente con me. Comunque ipotizzare che, nella mia vita (ed in parte ci sto già provando almeno uscendo dal campo clinico) io possa fare qualcosa anche di molto diverso finanche chiudere un capitolo. Credo che sia uno spazio di libertà e laicità mentale (in una professione che invece corre dei rischi di confessionalità) che possa permettere anche di lavorare meglio, e non credo sia un paradosso. Moretti, penso per primo, l'ha raccontato sullo schermo in questo confermandosi secondo me come un regista originale. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate. Saluti.

6 Apr 2001, From: Luca Panseri:

Scrive il paziente di Paolo Migone su Psicoterapia e scienze umane, in forma anonima, a commento del dibattito svoltosi sul suo caso:
<< ...Questa era la mia vita quando chiesi aiuto al dr. Migone. Andai da lui che ormai la mia giornata si era ridotta ad una sequenza interminabile di cerimoniali, di pensieri ossessivi, anche le attività più banali della vita quotidiana erano diventate per me fatiche di Sisifo. Avevo però, per fortuna, una forte parte sana della mia personalità che non ne poteva più che gridava: "BASTA, RIBELLATI, non accettare che la tua mente venga schiavizzata...
...cerca qualcuno che *ti possa aiutare nell'impresa che non riesci ad affrontare da solo*, che possa capire che cosa stai provando, ciò che ti tormenta". 
Credo che io essenzialmente fossi alla ricerca di un essere umano che *avesse voglia e fosse capace di ascoltarmi*, pronto non soltanto a giudicare, ma a provare, insieme a me, a *capire cosa mi stava accadendo*, da dove venivano le mie angosce, i miei tormenti...
Chiedevo a questo qualcuno di *condividere con me la mia sofferenza*...
...*speravo, chiedevo disperatamente, che chi mi stava di fronte potesse darmi uno strumento qualsiasi che mi permettesse di immaginarmi un domani leggermente diverso rispetto alla palude del presente*... Il dr. Migone credo sia stato capace molto spesso, durante questi due anni e mezzo, di ascoltarmi attentamente, di empatizzare con la realtà che vivevo.
Insieme, e questo per me è stato importante, indentificandoci reciprocamente, ci siamo trovati d'accordo sul nostro comune imperativo categorico: prima di giudicare dobbiamo cercare di capire. * In questo modo lui è stato per me un modello alternativo alla figure genitoriali.* La forte motivazione, l'impegno e la tenacia che entrambi abbiamo messo, la considerazione, l'ascolto, il rispetto profondo, la lealtà, insomma un sentimento forte ed importante di "amicizia", che credo lentamente sia nato e cresciuto tra di noi, penso siano stati, e sono ancora oggi, *elementi di primaria importanza nel miglioramento*, che indubbiamente c'è stato, nella mia vita in quei due anni e mezzo. (Anonimo, "Alcune considerazioni del paziente ossessivo-compulsivo">>  (Psicoterapia e scienze umane, 1993, XXVIII, 3: 137-140).

Cari colleghi, ho voluto proporre all'inizio della mia mail la toccante testimonianza del paziente curato da Paolo Migone, da cui Nanni Moretti ha tratto ispirazione per rappresentare la paziente ossessiva nel suo film. Questo resoconto è comparso qualche anno orsono su Psicoterapia e Scienze Umane a conclusione di un dibattito in cui era stato discusso il trattamento del paziente stesso.

Il mio intento è di basarmi sulle riflessioni del paziente ( ho evidenziato con asterischi quelle più significative ai fini del mio discorso) per continuare la discussione sul film di Moretti. Voglio inoltre dare il mio contributo nel dibattito in corso sulla lista "Psicoterapia" di Psychomedia (PM-PT), dove si sta discutendo sull'opportunità di riferirsi a un modello terapeutico che valuti primariamente i bisogni fondamentali in gioco nella relazione terapeutica e le possibili risposte a questi bisogni.

G. Paolo Scano nel suo intervento sulla lista PM-PT del 1-4-2001 ha affermato, rispondendo a Tullio Carere, di non avere una personale teoria dei bisogni e anzi di <<doverla attivamente evitare>>. A suo parere la teoria dei bisogni non è altro che una teoria del funzionamento mentale e la nozione stessa di bisogno gli sembra logicamente debole. Secondo Scano <<la spiegazione per "bisogni" è tautologica o essenzialistica>>.

Personalmente ritengo essenziale (e non essenzialistico) chiederci quale sia il nostro compito di terapeuti, concretamente impegnati nel tentativo di affrontare la sofferenza mentale. Sarà tautologico, ma quando un paziente si rivolge a me, mi chiedo quali sono i motivi che lo portano a fare questa richiesta e quali sono i suoi bisogni.

E, sempre in quest'ottica, mi sembra di poter individuare nel corso del processo terapeutico delle costanti che ritengo essere tra gli elementi costitutivi della relazione di cura. Essi sono: il bisogno di essere capiti e di capire, il bisogno di essere accettati incondizionatamente, di essere sostenuti e responsabilizzati, di essere aiutati a sperare e ad affrontare il mistero dell'esistenza. Questo si evince chiaramente anche dal resoconto del paziente, che ho trascritto all'inizio. Sulla base della comprensione di queste richieste fondamentali, naturalmente sempre parziale e problematica, io cerco di fornire delle risposte al paziente. Questo modo di procedere è uno fra i tanti possibili, ma non mi sembra, come ritiene Scano, <<logicamente debole>> o scarsamente esplicativo. Lo ritengo anzi, un ancoraggio fondamentale alla realtà dell'esperienza del paziente.

Tornando alla critica sul film di Moretti, Sergio Benvenuto nell'articolo a firma di Carlo Patrignani afferma: "Lo psicoanalista come l'uomo moderno ha un sapere vuoto". E ancora: "di fronte al dolore tutto va in frantumi proprio perché il dolore è una cosa reale, non si può rimuovere: obbliga tutti a farci i conti". Il dolore dei nostri pazienti è ciò che manda in frantumi le loro esistenze e che manda in frantumi anche i saperi vuoti, non ancorati a un reale, che come il dolore, chiede di essere compreso e affrontato.

Nello stesso articolo Fagioli fa osservare come "Moretti è assolutamente geniale nella descrizione che fa della psicoanalisi: il niente assoluto delle sedute analitiche". 

Non sono così certo che questa sia stata un'opera "geniale". Di sicuro può rivelarsi utile nel raffigurare quale può essere il comportamento di un analista lontano dalla comprensione dei bisogni dei propri pazienti.

Per fortuna nella realtà le cose sono andate molto meglio che nella finzione cinematografica. Il paziente di cui abbiamo letto la testimonianza è molto migliorato. Numerosi possono essere i fattori terapeutici che hanno determinato il miglioramento del paziente, ma egli stesso ne ha indicati alcuni *di primaria importanza*. Tra questi, il sentirsi accolto, capito, sostenuto e aiutato a sperare; l'aver potuto fare un'esperienza in cui confrontarsi con un modello alternativo alle figure genitoriali patogene.

Proprio di questo, il paziente aveva estremo bisogno. Proprio nel venire incontro a questi bisogni, io credo, il terapeuta ha contribuito alla sua guarigione. Saluti


[Le due mail seguenti (rispettivamente di Gian Paolo Scano del 8-4-2001 e di Luca Panseri del 9-4-2001) sono uscite nella lista "Psicoterapia" di Psychomedia (PM-PT), e non riguardano direttamente il film di Nanni Moretti, ma la questione dei bisogni del paziente. Vengono comunque riportate qui perché si riferiscono alla mail precedente di Luca Panseri del 6-4-2001]. (N.d.E.)
 
8 Apr 2001, From: Gian Paolo Scano:
Caro Luca, forse mi sono espresso poco chiaramente, forse c'è stato un fraintendimento... comunque non credo di pensare quanto le frasi virgolettate e decontestualizzate, che citi, lasciano intendere che io pensi né vedo in che modo le esperienze del paziente di Paolo Migone possano contraddire quanto penso e quanto penso di aver espresso.
Ricostruisco brevemente il quadro. Più volte in questa lista Tullio Carere ed io ci siamo trovati d'accordo sul fatto che la psicoterapia necessita primo et per se di una teoria dell'interazione e non di una teoria della mente (naturalmente serve anche questa!). Stando così le cose dovrebbe essere ovvio dedurne che io pensi che i fattori terapeutici vadano cercati nell'ambito dell'interazione (cfr. http://www.psychomedia.it/pm/human/epistem/scano.htm).
Talvolta Tullio ha indicato in una "teoria dei bisogni" la teoria necessaria per la psicoterapia. Ho quindi ritenuto utile chiedergli se le due affermazioni non siano in contrasto perché esistono tante teorie dei bisogni e tutte quelle che conosco sono teorie del funzionamento mentale e non dell'interazione. Oggetto delle mie affermazioni sono le "teorie che conosco" e non, per esempio, quella di Tullio che non posso dire di conoscere né "i bisogni" che i pazienti esprimono in terapia..
E' dall'analisi di queste teorie e dall'utilizzazione che è stata fatta, da mezzo secolo a questa parte, della nozione di bisogno che penso si possa inferire che la nozione di bisogno è logicamente debole.
La categoria "bisogno" è una categoria dell'esperienza e in quanto tale non è espungibile né dal vissuto né dal linguaggio; se ne serve per esempio in modo assai lucido il paziente di Paolo e ce ne serviamo tutti quando vogliamo capire il nostro e l'altrui discorso. Anch'io ovviamente. Ma non è di questo che si parla, quantomeno non è ciò di cui io ho parlato. Io parlavo di "teorie" non di "esperienze" Non necessariamente una categoria dell'esperienza è anche una utilizzabile e utile categoria teorica, anzi non lo è quasi mai. Io posso tranquillamente dire che "tra dieci minuti il sole finirà la sua corsa dietro quella cresta" e l'orologio e la vista potranno confermare l'esattezza di questa previsione in termini di osservazione ed esperienza, eppure questa evidente osservazione ed esperienza non servono a giustificare sul piano teorico la "corsa" del sole, dato che in questo senso è la terra che corre, malgrado, appunto, la nostra esperienza. La debolezza della nozione di "bisogno" riguarda l'utilizzazione teorica ed è in quanto spiegazione di un evento che essa si dimostra essenzialistica e tautologica.
Tutto ciò non ha niente a che vedere con l'affermazione, che naturalmente condivido, secondo cui i pazienti esprimono
> il bisogno di essere capiti e di capire, il bisogno di essere
>accettati incondizionatamente, di essere sostenuti e responsabilizzati, di
>essere aiutati a sperare e ad affrontare il mistero dell'esistenza.
Essi esprimono questi e altri bisogni, ma possono esprimere anche la negazione di questi bisogni e persino il paradossale e contraddittorio bisogno del contrario di ciascuno di essi. Una teoria deve spiegare tutto ciò, ma comincia male se deve scegliere tra i bisogni "veri" e quelli "non veri", dato che presumibilmente il paziente citato aveva anche il "bisogno di avere rituali".
Ti ringrazio comunque della opportunità che mi hai dato di chiarire ulteriormente.
 
9 Apr 2001, From: Luca Panseri:
Caro Gian Paolo, ti ringrazio per il tentativo di chiarire il tuo pensiero. Da parte mia, nel continuare il dialogo, voglio cercare di mantenermi ricettivo e disponibile a verificare gli aspetti poco chiari o contraddittori del mio discorso.
Mi sforzo dunque di capire quanto dici, ma non mi è facile immaginare una teoria dell'interazione svincolata dall'esperienza. O perlomeno, mi sembra molto rischiosa, perché si allontana troppo dalla base di partenza che essa stessa vorrebbe descrivere, e cioè la relazione con il paziente.
Salvatore Natoli indagando l'esperienza del dolore afferma:" Dove mai potrebbe accadere il conoscere se non all'interno di un generale esperire ?
L'esperire è la modalità propria attraverso cui si ha cognizione dell'accadere, poiché solo tramite l'esperienza si ha percezione e notizia di quanto accade... Questa considerazione taglia fuori l'antico preconcetto che opponeva in forma radicale l'esperienza sensibile, o esperienza in senso stretto, al mondo intelligibile di cui si ha notizia a prescindere dalla percezione o sensibilità... L'opinione comune ribadisce la circostanza dolorosa come assolutamente sperimentale. Se dicendo questo non si afferma qualcosa di semplicemente ovvio, ciò significa che dietro questa convinzione c'è qualcosa di più determinato: la formula è infatti pregnante."
A mio parere, anche indagando l'esperienza della relazione terapeutica, è altrettanto pregnante l'osservazione costante del manifestarsi di bisogni da parte del paziente. Mi sembra quindi un riferimento imprescindibile e, come tu stesso affermi, ce ne serviamo tutti quando vogliamo capire il nostro e l'altrui discorso (io preferirei dire la nostra e l'altrui realtà). Come possiamo quindi rinunciare a questa categoria, visto che comprensione e comunicazione sono tra i nostri principali obiettivi ?
Un caro saluto

7 Apr 2001, From: Anna Abbiate Fubini

Dice il paziente di Paolo Migone, citato da Luca Panseri il 6-4-2001:
>...cerca qualcuno che *ti possa aiutare nell'impresa che non riesci ad
>affrontare da solo*, che possa capire che cosa stai provando, ciò che ti
>tormenta".
>Chiedevo a questo qualcuno di *condividere con me la mia sofferenza*...
>... *speravo, chiedevo disperatamente, che chi mi stava di fronte potesse
>darmi uno strumento qualsiasi che mi permettesse di immaginarmi un domani
>leggermente diverso rispetto alla palude del presente*...
 
Continua Luca Panseri:
>G. Paolo Scano nel suo intervento su PM-PT ha affermato, rispondendo a
>Tullio Carere, di non avere una personale teoria dei bisogni e anzi di 
><<doverla attivamente evitare>>. A suo parere la teoria dei bisogni non è
>altro che una teoria del funzionamento mentale e la nozione stessa di
>bisogno gli sembra logicamente debole. Secondo Scano <<la spiegazione per
>"bisogni" è tautologica o essenzialistica>>.
>Personalmente ritengo essenziale (e non essenzialistico) chiederci quale sia
>il nostro compito di terapeuti, concretamente impegnati nel tentativo di
>affrontare la sofferenza mentale. Sarà tautologico, ma quando un paziente
>si rivolge a me, mi chiedo quali sono i motivi che lo portano a fare questa
>richiesta e quali sono i suoi bisogni.
>E, sempre in quest'ottica, mi sembra di poter individuare nel corso del
>processo terapeutico delle costanti che ritengo essere tra gli elementi
>costitutivi della relazione di cura.
>Essi sono: il bisogno di essere capiti e di capire, il bisogno di essere
>accettati incondizionatamente, di essere sostenuti e responsabilizzati, di
>essere aiutati a sperare e ad affrontare il mistero dell'esistenza.
>Questo si evince chiaramente anche dal resoconto del paziente, che ho
>trascritto all'inizio.
>Sulla base della comprensione di queste richieste fondamentali, naturalmente
>sempre parziale e problematica, io cerco di fornire delle *risposte* al
>paziente.
>Questo modo di procedere è uno fra i tanti possibili, ma non mi sembra,
>come ritiene Scano, <<logicamente debole>> o scarsamente esplicativo. Lo
>ritengo anzi, un ancoraggio fondamentale alla realtà dell'esperienza del
>paziente.

Cari colleghi, non ho (ancora, e forse mai) visto il film di Moretti, ma propongo, a margine, alcune considerazioni. Ho evidenziato la parola *risposte* proprio perché non mi piace; mentre invece considero *fondamentale* (e questa è una parola che mi piace - ed uso - molto nel suo significato letterale) " un ancoraggio fondamentale alla realtà dell'esperienza del paziente". In altri termini, e per conto mio, non vedo alcuna "risposta" possibile se non la *restituzione" a chi chiede "cura" del proprio passato rifiltrata in viva ESPERIENZA, la riattualizzazione "protetta" di un passato di sofferenza invece obliato o travisato nella malattia psichica, e pertanto in modo anacronistico riattualizzato senza sosta e soprattutto senza logica, sminuzzato al di fuori di ogni trascorrere de tempo in una sempre attuale astorica sofferenza INUTILE.

Ho letto un bel aforisma "la follia è l'oblio di un grande dolore" (che credevo di ritrovare in Shakespeare, ma che forse - se non sbaglio nuovamente - è in Schopenauer...: qualcuno può aiutarmi a trovarne l'origine?) e l'ho utilizzato per costruirvi intorno la pagina "consapevolezza e memoria" del mio sito http://www.thrivingandhome.com/memoria.htm. Commenti? Grazie

7 Apr 2001, From: Salvo Capodieci:

Ho visto anch'io il film e dopo averlo "digerito" ho pensato di aggiungere al dibattito alcune riflessioni. La prima domanda che mi sono posto è stato perché il regista avesse pensato all'immersione subacquea come situazione in cui il figlio sarebbe morto. Incidenti stradali, malattie e suicidio sono cause molto più frequenti di morte nell'adolescenza. Dovendo pensare ad una disgrazia durante un'attività sportiva perché proprio la subacquea. I recenti dati del Safety Council ci indicano che immergersi è più sicuro che giocare a tennis (0,04% contro 0,12% di frequenza degli incidenti).

Ho pensato allora che l'elemento saliente doveva essere il Mare. Il mare che compare sullo sfondo sin dall'inizio del film quando Nanni Moretti fa jogging o quando si ferma a riflettere dopo aver parlato con il paziente con ideazione suicidaria che ha saputo del tumore ai polmoni o ancora al termine del film quando il "mare di confine" tra l'Italia e la Francia fa da cornice ai primi passi nell'elaborazione del lutto (la famiglia che ritrova la capacità di sorridere). L'immensità del mare, la sua forza, i suoi anfratti misteriosi (e pericolosi) sono forse il leit motiv del lavoro del lutto. Il lavoro del lutto relativo agli aspetti narcisistici e di onnipotenza di chi dedice di dedicarsi ad una helping profession. Il tentativo di "correre sopra/fare jogging" i propri limiti, sopra i limiti delle Neuroscienze e su quelli della psicoanalisi (terminabile o interminabile?). La ferita narcisistica di trovarsi "boicottata" l'analisi da una grave malattia fisica del paziente è un'esperienza che sconcerta e ricaccia nella propria limitatezza e in quella degli strumenti psicoterapici (e sullo sfondo il mare si fa cupo e molto mosso). Il lavoro del lutto che procede accentando il "confine" tra impotenza e onnipotenza e il mare torna splendente, azzurro, caldo...

Preferisco fermarmi qua anche se un altro aspetto meriterebbe di essere approfondito ed è un argomento a cui mi sto dedicando da tempo: la dimensione emotiva del fratello superstite, che il film a mio avviso presenta in modo tanto sottile e delicato quanto in maniera profonda e scuotente.

8 Apr 2001, From: Sergio Benvenuto:

La continua presenza del mare - il film è girato ad Ancona - è un elemento importante del film, e Salvo Capodieci ha fatto benissimo a metterlo in rilievo nel suo messaggio. 

Come metterei in rilievo un altro aspetto: il fatto che si tratti di una famiglia quasi tutta SPORTIVA. Gente CHE SI MUOVE, che corre, dinamica. Il film inizia con il jogging dell'analista, il figlio gioca a tennis, la figlia a basket, il figlio muore in un'immersione, alla paziente ossessiva - vale a dire ad una paziente particolarmente IMMOBILE - Giovanni (l'analista) nella sua fantasia propone una bella camminata...

Ma nello stesso tempo la mia sensazione - è stata anche la vostra? - è che si tratti di un MOVIMENTO APPARENTE - Falsche Bewegung. Al movimento di superficie di questa famiglia risponde la STASI dei pazienti di Giovanni, che appaiono tutti fissi in una sorta di transfert negativo, di sfida infinita all'analista-sfinge (già qualcuno ha rilevato che più pazienti sembrano stare molto meglio solo... quando l'analista smette l'analisi!).

Come scriveva già Elvio Fachinelli: "Chi guarda da fuori, [...] vede [l'analisi come] un gigantesco dispositivo, uno straordinario dispositivo, di cui ogni movimento è stato predisposto con cura e precisione, ogni meccanismo registrato e controllato. Ma questo dispositivo è immobile" (Claustrofilia).

Il lutto, provocato proprio da ciò che questa famiglia considera altamente positivo - il mare, lo sport - pare congelare questo falso movimento, rivelando allo stesso tempo l'immobile vuoto al fondo di questa felicità un po' ottusa. (E' vero, Giovanni appare un po' ottuso, sia come analista che come padre.)

Ogni membro della famiglia dà una risposta diversa al lutto, cioè al confronto con un VUOTO CENTRALE: la madre dà una risposta di tipo isterico, la figlia di tipo fobico, e l'analista di tipo ossessivo. Giovanni gira ossessivamente attorno alla SCENA della morte del figlio, si fissa in essa, come quando nel CD ritorna sempre alla stessa sequenza della musica, sempre la stessa...

[A proposito: leggo che Carlo Patrignani mi fa dire - dall'intervista telefonica che mi ha fatto - che "la psicoanalisi ha un sapere vuoto". Non ricordo di aver detto questa frase. Probabilmente ho detto che la psicoanalisi prima o poi deve confrontarsi con un vuoto, una mancanza reale, che la mette in crisi e può rigenerarla.]

Altri già hanno notato come la felicità di questa famiglia prima della catastrofe avesse qualcosa di poco convincente. Il furto del ragazzo a scuola parrebbe quasi un segnale di questa mancanza: in questa famiglia felice MANCA qualcosa di essenziale (è azzardabile un'interpretazione simbolica: il fossile rubato e rotto è una reazione contro il BENESSERE FOSSILIZZATO di questa famiglia?).

Vedo in questo film come un'allegoria (non so fino a che punto voluta) di un certo crescente IMMOBILISMO autocompiaciuto della pratica analitica in Italia (il che spiegherebbe, forse, l'irritazione con cui molti amici analisti hanno accolto il film). E' come se solo un lutto, una catastrofe, potesse scuotere molti analisti, soddisfatti in un fragile benessere senza colore, nella routine senza più storia di una professione sedentaria.

Non l'analisi, ma la catastrofe, il vuoto, introduce LA STORIA in questa famiglia che si muoveva, ma non si smuoveva. La metafora (forse involontaria) è che solo un trauma esterno possa confrontare la psicoanalisi di nuovo a quel VUOTO da cui essa era partita, e che ha mosso e commosso tutto il secolo appena concluso.

8 Apr 2001, From: Anna Grazia:

On 6 Apr 2001, Nicola Artico wrote:
>Da molto tempo ho inserito con convinzione in questa mia fantasiosa
>tassonomia binaria anche quelli che amano Moretti e quelli che non lo
>sopportano o non lo capiscono (insieme a quelli che pensano che sia
>il nome di una birra italiana di media qualità ma è una
>sottocategoria). Ho anche studiato una variante per separare nel
>cluster *Morettiani* i Morettiani d.o.c. da quelli, diciamo così
>più alla buona, il test riguarda la domanda: "E' Palombella rossa
>uno dei suoi film che hai amato di più? Solo chi risponde
>affermativamente può fregiarsi della denominazione ad origine controllata.

Intervengo in questo stimolante dibattito sul film di Moretti La stanza del figlio: pur essendo una morettiana doc (secondo la distinzione qui proposta ho amato Palombella Rossa) non ho particolarmente apprezzato questo ultimo lavoro di Moretti, anzi l'ho trovato per certi aspetti persino povero dal punto di vista cinematografico, ed evidentemente troppo centrato su problematiche personali. Ad esempio manca completamente un sfondo(che non sia il mare) ed un ambiente esterno (a differenza che in Caro Diario): tutto si svolge in interni anche un po' claustrofobici. Gli altri personaggi (figlio compreso) sono appena abbozzati privi si un vero spessore drammatico (...penso qui ad alcuni personaggi dei film di Bergman e Tarkovsky...).

In sintesi l'impressione - da spettatore cinematografico - è di trovarsi proiettati nel mondo del protagonista, dominato da un crisi esistenziale senza via di sbocco (o quasi), troppo claustrofilico e autoreferenziato per essere veramente comunicativo.

L'ho trovato invece interessante per ragioni puramente professionali (ero infatti insieme ad alcuni colleghi) perché da molti anni lavorando in psiconcologia, affronto quotidianamente problematiche relative a malattie incurabili, il lutto e la morte.

Potrebbe quindi essere interessante per certi aspetti legati alle vignette cliniche proposte (per quanto Moretti incarni un terapeuta un po' fragile nel suo modo di affrontare alcuni momenti critici delle terapie...) e ad alcune puntualizzazioni legate al lutto (esperienza che divide e crea altri conflitti relazionali). Temi che però non sono del tutto assenti dalla cinematografia contemporanea: penso al bellissimo Vivere! di Kurosawa, che racconta la storia della malattia di un uomo malato di cancro.

Molto interessante per la psicologia del regista sarebbe sapere che cosa l'ha indotto, in verità, a mettere in scena quello che si potrebbe chiamare il duplice lutto del terapeuta: da un lato il lutto personale (la morte del figlio), dall'altro quello professionale (l'incapacità/impotenza a curare i pazienti) che lo porta alla decisione di smettere di fare la professione di psicoanalista. Forse i colleghi che hanno collaborato come consulenti alla sceneggiatura del film hanno qualche altro elemento. Il mio timore, come estimatrice di Moretti, è che sia il segnale di una crisi creativa del regista (paventata anche in anche in Caro Diario): spero quindi di poter cambiare opinione con il prossimo film (magari tornerà sotto altre sembianze il pasticcere trotzkista!).

Dice ancora da N. Artico:
>Ma il punto che invece vorrei più sottoporre all'attenzione dei
>colleghi è un altro. Dopo il travaglio emotivo del
>protagonista-psicoterapeuta (compreso il tutto sommato divertente
>agito di controtransfert) ad un certo punto egli sembra voler
>chiaramente smettere di fare quel lavoro. A me è sembrato
>interessante lo spunto e nemmeno così ovvio. Molti di noi conoscono
>persone che hanno fatto i più svariati mestieri e professioni e le
>hanno cambiate o molto riciclate. Ma quanti di noi conoscono persone
>che facevano gli psicoanalisti e che, con onestà o per altri
>interessi, hanno cambiato lavoro? Trovo concettualmente interessante
>pensare il mio lavoro né come una missione, né come una cosa che
>debba coincidere irreversibilmente con me. Comunque ipotizzare che,
>nella mia vita (ed in parte ci sto già provando almeno uscendo dal
>campo clinico) io possa fare qualcosa anche di molto diverso finanche
>chiudere un capitolo. Credo che sia uno spazio di libertà e laicità
>mentale (in una professione che invece corre dei rischi di
>confessionalità) che possa permettere anche di lavorare meglio, e
>non credo sia un paradosso. Moretti, penso per primo, l'ha raccontato
>sullo schermo in questo confermandosi secondo me come un regista
>originale. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate.

...certo, questo è come dire il rimbalzo 'emotivo' che abbiamo come professionisti da questo film: personalmente penso spesso di cambiare mestiere, e in alcuni momenti cerco anche di immaginare seriamente a come realizzarlo, se non altro per ricaricare le mie energie mentali.

Non ci sono ancora riuscita (ovviamente per motivi economici, ma non solo...): il fatto di poterci pensare ogni tanto e di immaginarmi in un altro contesto mi fa sentire più libera, e soprattutto venendo a contatto con persone che fanno altre attività (le più svariate, non necessariamente artistiche o intellettuali ...) mi dà l'impressione di sfuggire alla deriva claustrofilica messa in scena da moretti, che credo rappresenti un problema professionale abbastanza sentito e sicuramente fonte di stress.

...andare al cinema d'accordo serve, ma forse anche qualcos'altro!

8 Apr 2001, From: Guido Arnò:

Ho visto il film circa un mese fa ed ho atteso ad intervenire: concordo con quanto scritto dai colleghi e desidero offrire anche il mio punto di vista, cercando di non ripetere quanto altri hanno già detto.

Quello che risalta nel film di Moretti sono gli aspetti emotivi tradotti nel distacco. Si ravvisa un distacco relazionale empatico nella figura di un terapeuta scarsamente pronto nell'approccio comunicativo, dove le vignette, rappresentano nell'azione del protagonista, l'inattività "voluta" dello scambio comunicativo, del debole abbraccio empatico comprendente (vedere interpretazioni offerte ai pazienti di natura sia cognitiva che comportamentale, scarsamente affettive nel contenuto della comunicazione verbale e di quella non verbale).

Il controllato-definito, cliché, del modo di agire dei protagonisti sia nella famiglia (parte della sfera affettiva nel sé verbale) sia nella cornice terapeutica, si riflette nel limite dello scambio o dove lo scambio affettivo rappresenta il "limite" del controllo. L'evidenza del controllo è ben figurato prima e dopo la tragedia della scomparsa, l'avvento del lutto.

L'esplosione delle emozioni, paura dell'avvento luttuoso, nella prima comunicazione data a Giovanni Sermonti, dell'abbandono-depressione in obitorio, della figurata incompletezza negli oggetti della casa (oggetti sbrecciati, rotti, incollati) nella ricerca di una qualche spiegazione motivante la perdita del figlio (prima causa attribuita ad un'intervento di pseudo-minaccia di suicidio con senso di colpa traslato in precedenza della penultima seduta) - (negozio sportivo: conoscenza del funzionamento dell'erogatore dell'ossigeno), manifestano che nulla è più sotto il proprio volere. L'evidente perdita di controllo e di capacità autoriflessiva di ascolto inconscio forse precariamente mai acquisita attraverso i derivati prodotti dalle azioni rappresentate nello scenario famigliare prima e dopo sia nel campo terapeutico, ripropongono l'azione tutto-niente, fare-non_fare, verso l'abbandono, dove la messa in prova (troppo ardua) è la temporanea sospensione, pone al riparo Giovanni da ulteriori errori o da rappresentazioni, del temporaneo sé folle, che invaderebbe altri sé sofferenti quelli dei clienti rispetto a quanto ha già invaso nel seno mentale famigliare.

Le manifestazioni offerte dai pazienti mettono in luce un rapporto protettivo di comprensione-cura transferale di rilancio non raccolto dall'uomo terapeuta che risponde "non sono più in grado". La chiusura del film è nel recupero delle integrità individuali e del sé nucleare sia intrasoggettivo sia intersoggettivo nelle figure di Arianna e del suo fidanzato.

Ricordo ai colleghi che il 18 Marzo c.a. sono usciti tre interessanti editoriali su "Domenica" de Il Sole 24 Ore a pag. XVI "Nella stanza del Dolore" di Roberto Escobar con riquadro di Luigi Paini e "Moretti esemplare 'nuovo padre'" di Gustavo Pietropolli Charmet. Un saluto a Tutti.

8 Apr 2001, From: Paolo Migone:

Vorrei tornare a fare alcune riflessioni sul film di Nanni Moretti La stanza del figlio. Vi sono due serie di commenti che si possono fare, una sul film e l'altra sul modo con cui tratta la psicoanalisi, cioè sul modo con cui Moretti ha voluto rappresentare (o criticare?) la psicoanalisi o un certo tipo di psicoanalisi. Parlo solo del secondo aspetto, come hanno fatto molti in questa lista, non del primo.

Mi ha molto colpito una cosa: ho notato in vari interventi due reazioni opposte. C'è chi ha molto criticato il modo con cui Moretti dipinge la tecnica dello psicoanalista, che sarebbe stanco, anaffettivo, passivo, totalmente incapace di interpretare i sogni, di concepire una teoria della cura ecc. Altri invece al contrario, hanno esaltato il modo con cui qui viene rappresentata la psicoanalisi (del tipo "finalmente un film bello sulla psicoanalisi, rispettoso di questo mestiere", ecc. - un collega psicoanalista, in una comunicazione privata, addirittura mi ha detto che la psicoanalisi viene rappresentata così bene che si può dire che questo film sia "una sorta di manifesto psicoanalitico").

Come possiamo spiegare questa contraddizione? In una precedente mail avevo detto che ognuno vede le cose che vuole vedere, a seconda dei suoi bias, delle sue proiezioni, dello specifico particolare o pezzo del film che per motivi del tutto idiosincratici ha colto a discapito di altri. Ma questa modo completamente opposto di giudicare il modo con cui viene rappresentata la psicoanalisi fa riflettere, ci deve essere una spiegazione. Io, per spiegarla, ho fatto la seguente riflessione.

Evidentemente noi giudichiamo una cosa a seconda della immagine interna, della rappresentazione, che abbiamo di essa. Deve esservi quindi una diversa rappresentazione della psicoanalisi nei due gruppi di colleghi ha hanno dato giudizi così contrastanti.

A me sembra che coloro che hanno visto rappresentata nel film una "brutta" psicoanalisi sono terapeuti che mantengono una visione "dura", "forte" della psicoanalisi, in cui l'analista ad esempio interpreta i sogni, con una precisa teoria della tecnica che forse alcuni chiamerebbero "di vecchio stampo", in cui l'analista crede veramente che il suo compito sia quello di disvelare il rimosso, con una fede ancora incrollata nei tradizionali fattori terapeutici. Fagioli, ad esempio, mi sembra uno dei critici più dichiarati. Io so poco o niente di Fagioli e della sua teoria, per cui potrei sbagliarmi, ma mi sembra di aver capito che lui attribuisce una grande importanza alla interpretazione dei sogni (mentre sappiamo che nel movimento psicoanalitico in generale i sogni come "via regia" sono stati molto relativizzati in quanto tali, già Anna Freud lo faceva notare negli anni '60).

Anche i lacaniani, naturalmente, possono storcere un po' il naso di fronte a questa psicoanalisi "debole" (debole dal loro punto di vista), dato che danno molta enfasi alla verità, alla trasmissione di un supposto sapere, alla lettura contenutistica dell'inconscio, e ovviamente possono parlare della psicoanalisi rappresentata in questo film come vuota, senza vita, o noiosa, poco eccitante (e adesso che si sono incrinate alcune certezze scoprono che la psicoanalisi è in crisi).

La mia reazione invece è stata diversa, e mi sono più sentito vicino a quelli che non hanno criticato la psicoanalisi rappresentata in questo film (preciso qui una cosa: il fatto che l'analista avesse fatto i cosiddetti "errori di controtransfert" appartiene ad un altro livello di discorso, nel senso che avrebbe potuto farli anche se interpretava molto i sogni - ad esempio poteva interpretarli "male", ma almeno interpretarli). Ad esempio, quando ho visto la scena in cui il paziente raccontava un sogno, alla fine del suo racconto temevo che l'analista, seguendo lo stereotipo rappresentato ormai in tanti film, non perdesse l'occasione per trasmettergli una sua verità, una interpretazione ben confezionata che potesse spiegare tutto.

Invece ho tirato un sospiro di sollievo quando ho visto che l'analista non gli interpreta proprio niente, non solo perché è bello vedere che il paziente arrivi da solo a certe cose, ma anche perché mi piaceva pensare che in questo modo fosse più rispettoso della complessità della comunicazione, e, paradossalmente, forse più vicino al paziente (non mi sembra infatti che fosse sempre anaffettivo o noncurante dei pazienti, altrimenti non sarebbe andato a trovare a casa quel paziente). Mi ha fatto piacere vedere che Moretti non è caduto nella trappola di rappresentare la psicoanalisi col solito cliché dell'analista che interpreta in modo oracolare. Mi piace cioè pensare che fosse consapevole di una maggior complessità della cura psicoanalitica.

9 Apr 2001, From: Renata Rizzitelli:

Ho letto molto, non tutto, di quello che in questi giorni, generosamente, avete inviato. Personalmente ho seguito, tra i molti, il filone riguardante il tema del "figlio". Qualcuno ha scritto sulla "famiglia perfetta" che Moretti ha rappresentato nella prima parte del film, interessanti i commenti sull'incrinarsi di questa perfezione, sul mare, sul movimento. A mio parere il tema del figlio morto, supera gli altri.

Moretti ha rappresentato una famiglia "apparentemente" perfetta perché viene segnalato un rapporto non così perfetto, quando il ragazzo non ha il coraggio di confessare in tempo di aver preso lui il fossile. Chi per mestiere e per formazione dovrebbe essere capace di buone, profonde relazioni, non comprende il figlio, cade negli stereotipi di tutti i genitori. All'inizio viene rappresentato un analista, un uomo, che definirei sicuro, tranquillo, troppo. Dopo la morte del figlio tutto si incrina, vacilla.

Nella storia, prima vi é il fossile e poi il mare, dove il ragazzo trova la morte, mi pare siano collegabili a questioni antiche, primordiali, qualcosa di prezioso per tutti. Quello che mi ha fatto pensare il filone del film del quale vi parlo, riguarda la nostra finitezza, l'impotenza, il dolore che accomuna tutti gli esseri umani.

Ho ipotizzato che il figlio rappresenti la morte di una parte del protagonista, il rischio che corriamo tutti noi, addetti ai lavori, di perdere il contatto con le nostre parti primordiali (il fossile), di perderci in un mare di teorie e repertori "psi" che potrebbero disumanizzarci. Il figlio é morto ma i genitori lo cercano, nella sua stanza, nella musica, attraverso Arianna, come noi, nel lavoro analitico, cerchiamo continuamente il contatto con noi stessi, con la risonanza che i pazienti hanno generato nella nostra mente che deve essere viva ed in contatto.

Nel film, attraverso il dolore più grande che un essere umano adulto possa provare, il protagonista vacilla e forse ritroverà il contatto con se stesso.

10 Apr 2001, From: Giovanni M. Ruggiero:

Paolo Migone scrive l'8 aprile 2001:
<<Ad esempio, quando ho visto la scena in cui il paziente raccontava un sogno, alla fine del suo racconto temevo che l'analista, seguendo lo stereotipo rappresentato ormai in tanti film, non perdesse l'occasione per trasmettergli una sua verità, una interpretazione ben confezionata che potesse spiegare tutto. Invece ho tirato un sospiro di sollievo quando ho visto che l'analista non gli interpreta proprio niente, non solo perché è bello vedere che il paziente arrivi da solo a certe cose, ma anche perché mi piaceva pensare che in questo modo fosse più rispettoso della complessità della comunicazione, e, paradossalmente, forse più vicino al paziente (non mi sembra infatti che fosse sempre anaffettivo o noncurante dei pazienti, altrimenti non sarebbe andato a trovare a casa quel paziente). Mi ha fatto piacere vedere che Moretti non è caduto nella trappola di rappresentare la psicoanalisi col solito cliché dell'analista che interpreta in modo oracolare. Mi piace cioè pensare che fosse consapevole di una maggior complessità della cura psicoanalitica>>.

Caro Paolo, Moretti, dopo il racconto del sogno, se non erro usa una dissolvenza. La scena scompare, ma senza dire con chiarezza cosa accade dopo nella realtà fittizia della storia. Noi non sappiamo se davvero il personaggio "Giovanni" non interpreta. Semmai il regista Moretti sembra aver deciso che il senso estetico della scena finisse lì, e che ogni ulteriore accadimento (la reazione dell'analista, vecchio o nuovo stampo che fosse) non sarebbe stato utile all'economia espressiva della scena.

Insomma, il dibattito è indubbiamente interessante, ma non dimentichiamo che si tratta di un film. Saluti.

11 Apr 2001, From: Mauro Marchesi:

Come la massima parte dei partecipanti di questa lista sono anch'io andato a vedere il film di Moretti. Due sono state le ragioni che mi hanno spinto alla visione, la prima è dovuta al fatto che Moretti come regista è sicuramente diverso dagli altri, i suoi film fanno pensare, magari pesantemente e con qualche mal di testa ma la materia grigia gira.

La seconda ragione è dovuta al fatto che parlava della nostra categoria. Mi è piaciuta la non rigidità agli schemi che è riuscito a dare della psicoanalisi, la questione dell'interpretazione del sogno e di altre cose che i colleghi hanno sapientemente già evidenziato. Mi è piaciuta l'idea di una psicoanalisi più umana, lo psicoanalista non docente universitario, non primario ma un semplice psicoanalista, un uomo con la propria professione. Questo sapientemente è entrato in campo quando un paziente alla prima consultazione gli ha sottolineato che era più intelligente e più ricco di Moretti, quest'ultimo tranquillamente ha risposto che la psicoanalisi è un'altra cosa.

Una critica vorrei porre, la psicoanalisi per Moretti attore era vissuta come ogni altra persona vive il proprio lavoro. Su questo punto mi soffermerei. Vivere il mestiere del terapeuta con vivo trasporto, con curiosità, con partecipazione fa si che la prassi terapeutica possa portare i propri benefici, sono questi i nostri strumenti più importanti e questo film non li portava in campo minimamente in campo. Mi è parso di vedere uno psicoanalista un po' stanco, poco curioso, poco empatico, forse in cerca di una identità. Tanti cari saluti a tutti.

11 Apr 2001, From: Andrea Giovannoni:

Ho trovato il film interessante sia dal punto di vista della tematica, originale e poco affrontata, sia sul piano della rappresentazione della figura dello psicoanalista molto iconografica ed, a mio avviso, ben documentata.

Non siamo di fronte allo stereotipo del "medico della psiche" che la cinematografia mondiale ci ha abituato a vedere. La figura dello psicoanalista, tratteggiata da Moretti, mi è parsa molto vicina ad alcuni terapeuti di oggi, più impegnati all'ascolto al contenimento ed alla costruzione di una narrativa, secondo un modello "euristico" anziché fornire in abbondanza interpretazioni "stereotipate" (vedi E. Peterferund [1983], Il processo della terapia psicoanalitica. Roma: Astrolabio, 1985). Un terapeuta che svolge onestamente il suo lavoro, e che fa anche qualche errore (...chi non ne fa!) ma che, proprio in virtù della sua correttezza professionale, non si sottrae alla necessità di dover interrompere momentaneamente (o forse anche per sempre) l'attività, per dare spazio e tempo alla elaborazione del suo grave lutto. Un analista umano e responsabile non solo con se stesso, ma anche nei confronti dei suoi pazienti che preferisce abbandonare anziché continuare a seguirli male.

Mi sembra, inoltre, che Moretti voglia anche lanciare l'avviso ai terapeuti (non so quanto questo gli sia stato suggerito dai suoi consulenti) di essere molto accorti agli agiti controtransferali (l'analista che va a trovare di Domenica il paziente in crisi) che, in un certo senso, nel film sembrano aver contribuito alla morte del figlio (che forse si sarebbe potuto salvare se il padre riusciva a convincerlo ad andare correre con lui) innescando, di conseguenza, un processo di colpevolizzazione nell'analista. Il film, sotto questo aspetto, mi è apparso anche troppo didascalico.

Mi ha anche colpito il fatto che l'analista, una persona semplice che vive solo della sua attività libero professionale, senza una cattedra universitaria od un ospedale alle spalle, decida poi di rivolgersi ad un collega, presumibilmente più o meno suo coetaneo, che il regista ci raffigura in camice dietro un piccolo tavolino di ferro di una squallida stanza di Ospedale o di un CIM. Il collega sembra essere un medico di uno dei tanti Servizi Psichiatrici, come se Moretti volesse indirettamente sottolineare che un consiglio ed un aiuto allo psicoanalista in crisi potesse essere dato, con più efficacia, da un medico che si confronta quotidianamente con i malati più gravi all'interno di una realtà istituzionale e pertanto, forse, più esperto dell'altro (tesi discutibile) anziché da un collega psicoanalista, magari più anziano di lui.

11 Apr 2001,  From: P. Roberto Goisis:

Chi conosce i lavori di Giorgio Gaber sa cosa vuol dire il titolo che ho dato a questa mia mail ["Chiedo scusa se parlo (ancora) di Moretti..."]; in realtà io penso che parlare di cinema non sia affatto un pensiero frivolo e che non può essere ospitato in una lista psi-.

L'(ancora) è per i colleghi della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) iscritti anche a Psychomedia che si sono già dovuti sorbire i miei precedenti interventi sulla Mailing List della SPI e che ora se ne troveranno un altro. Il fatto che anche nella lista SPI si sia discusso, e si stia discutendo, a lungo sul film e su ciò che il film ha suscitato mi pare un segnale importante nella direzione citata prima.

Io personalmente e da tempo considero i film come una specie di test proiettivo, a metà tra il Rorscharch, il TAT e l'ORT. In questo senso so per esperienza che il mio giudizio dipende da un insieme di fattori tra i quali assumono una grande importanza anche i miei stati d'animo prima e durante la proiezione, cosa mi è successo prima, con chi vado a vederlo, cosa ne so, ecc. ecc. Inoltre, in accordo con Tulio Kezich, applico al giudizio il criterio dell'emoziononetro (o dell'igrometro, spesso). Ecco perché ho amato moltissimo Tutto su mia madre; ecco perché mi è piaciuto immensamente La stanza del figlio. Poi, ovviamente, cerco di applicare anche un criterio estetico, uno cinematografico, uno di contenuti, e così via, ma in genere questo riesco a farlo solo in seconda battuta, o rivedendo il film o a distanza di tempo dal primo impatto visivo.

In seguito allegherò due e-mail che ho mandato appunto alla lista SPI e da lì invierò anche una mail di una collega (con la sua autorizzazione, ma anonima) che ho trovato molto vicina alle mie posizioni a distanza di tempo. Del dibattito su Psychomedia, che ora mi pare decollato, mi ha infastidito inizialmente, ed inibito ad intervenire, il tono un po' troppo da tifosi che aveva preso.

Ecco, ora, gli interventi che vi ho preannunciato, ai quali voglio solo aggiungere la considerazione relativa al fatto che raramente io ho visto così ben rappresentata la nostra professione ai giorni nostri, uomini anche noi come tutti, specie quando usciamo dalla "stanza d'analisi" (pensate all'imbarazzo di Giovanni quando deve andare a parlare con il preside o con i genitori degli altri ragazzi). Da ultimo mi piace evidenziare un passaggio del film quando Moretti sembra dire che nel clima apparentemente idilliaco della famiglia l'incidente, il dramma è in agguato e sembra poter colpire chiunque. E' la sequenza del mercatino dove la Morante viene colpita da un ragazzo che corre (uno scippatore?), la figlia gioca pericolosamente con gli amici in motorino, Moretti rischia di scontrarsi con il camion mentre cerca l'indirizzo del paziente, poi Andrea viene mostrato mentre parte con gli amici per l'immersione. E' il caso? è la fatalità? da lì il film sembra cambiare registro.

Le seguenti tre mail sono circolate nella lista SPI, e vengono pubblicate anche nel dibattito avvenuto nella lista di discussione della SPI a cura di P.R. Goisis [N.d.E.]:

P. Roberto Goisis, 13/3/2001 (dalla Lista SPI):

Mi piacerebbe sentire cosa ne pensate, e cosa ne pensano le persone che incontrate, dell'ultimo film di Moretti. Brevemente a me è sembrato che questo doloroso e straziante film sia al tempo stesso così intenso, bello e metaforico da far pensare ad una sorta di manifesto psicoanalitico.

A parte la figura dello psicoanalista, peraltro tratteggiata con umanità delicatezza insieme ai suoi pazienti, mi sembra che ci sia contenuta una ipotesi di fondo relativa al fatto che sia proprio lo strumento analitico, pur nella sua incertezza, limitatezza e non onnipotenza, quello che può permettere di affrontare e dare un senso agli eventi della vita.

Ieri sera è passata su RAI 2 una bella intervista allo stesso Moretti sul film. Le sue parole me lo hanno fatto sentire molto vicino ed in sintonia. Che ne dite?

P. Roberto Goisis, 20/3/2001 (dalla Lista SPI):

Ringrazio tutti gli intervenuti finora per le loro riflessioni ed in particolare XY (un collega a cui è morta una figlia) per la sua testimonianza, così coraggiosa mi vien da dire. Mi pare che si rincorrono nel film tanti filoni diversi (ho sentito anche un paio di pareri negativi, "falso", "troppo narcisistico").

Io penso che sia interessante lo 'stacco' che Moretti propone rispetto al suo lavoro: non smette di fare l'analista, fa uno stacco, si prende una pausa. Questo è il suo modo, la sua proposta per la gestione del dolore, il tempo che chiede di potersi dare per viverlo. Mi vengono in mente le nostre vacanze, i nostri modi di staccare che, questioni economiche a parte, sappiamo di aver bisogno che siano lunghe e complete per poter funzionare.

E poi lui opera una sospensione nel suo 'fare' lo psicoanalista, ma continua ad essere uno psicoanalista, nel senso di usare le competenze analitiche che nel film mi sembrano essere presentate come le uniche possibili per affrontare il dolore. Penso al ruolo che assume la figlia, alla corsa cieca e disperata nella notte nel porto (così diversa dalle altre corse mostrate prima), allo stordimento al Luna Park (dolore per sostituire dolore, inutilmente), ai segni sulle cose che non si possono più nascondere, ai pezzi di teiera tenuti insieme alla meno peggio, alla comparsa di un elemento esterno (un terzo?) che ridà carica libidica sia alla memoria del ragazzino sia alla famiglia, fino al viaggio notturno con le gallerie (!!) che piano piano da semplice atto di cortesia, poi accompagnamento alla crescita, diventa un piacere ed una catarsi, passando un confine, arrivando ad un altro mare per ritrovare e fare pace con il mare. Questi pezzi di famiglia che nell'ultima scena faticosamente si ritrovano camminando in maniera mirabile sulla spiaggia, ognuno per sé, ma tutti verso un direzione.

E cominciano in questi giorni le prime reazioni dei pazienti:

1) donna di 35 anni single che ha iniziato l'analisi da sei mesi quasi senza capire bene di cosa poi si trattasse che ne esce stravolta, ma contenta; si è enormemente emozionata quando la paziente ossessiva reagisce alla notizia dell'interruzione dell'analisi dicendo che avrebbe aspettato la data della ripresa (quante cose sul tempo, sull'ossessività, ecc. in quel passaggio). Si accorge così del suo problema sulla dipendenza negata, sulla qualità del suo rapporto con me ecc. Considera che l'analista nel film le sembra non cambiare mai nei passaggi dalla vita professionale a quella privata (esisto io per lei, fuori dal lavoro?). Esce e chiama la madre per dirle di andare a vedere il film per farle capire cosa sia il lavoro che sta facendo con me.

2) un ragazzo di 25 anni, a proposito dei pazienti nel film dice: "Purtroppo non sono l'unico nel mio malessere...ma per fortuna non lo sono!!"

3) "ah, ma voi siete delle persone...mi sono reso conto che quando le telefonavo io non pensavo che lei fosse una entità reale..."

4) "certo che è difficile mettersi su questo lettino dopo aver visto il film di Moretti..."

E poi le curiosità sul film, sulla gestione del dolore, sulla scelta della nostra professione per parlarne...

Una collega, 4/4/2001 (dalla Lista SPI):

Lo confesso, sono una morettiana da sempre. Perché sono cresciuta parallelamente, malgrado e grazie ai film di Moretti (sono nata nel 1954). Perché nei suoi film eravamo, dico eravamo nevroticamente e argutamente rappresentati, noi giovani di allora, politicamente illuminati, divoratori di libri, pieni di ideali e di dubbi, ma sempre e comunque "garantiti" da una più o meno solida famiglia e soprattutto dalla possibilità di scegliere il nostro futuro.

Dunque, con tutto l'affetto e la stima che nutro per il Nanni nazionale, mi sono immediatamente infastidita per la osannante campagna promozionale prima della prima. Il mio disappunto risiedeva nella indifferenziazione degli elogi provenienti sia dai suoi aficionados che dai suoi detrattori di sempre. Poi mi sono fermata(deformazione professionale)a pensare e, con qualche difficoltà, ho giovanilmente dedotto l'impossibilità strutturale del regista a confezionare un filmone strappa lacrime per ricevere più consensi del solito. Ancora una volta per amore sono andata a vedere quella stanza in cui, oltre ai meravigliosi figli che noi tutti vorremmo avere, ho trovato un altro figlio di questi tempi complessi e confusi , del sacro terrore di crescere, della mediaticità stritolante e vincente, della paura della solitudine, dell'ambivalenza affettiva fra se stessi e gli altri: Nanni. E ho provato una discreta rabbia e un'infinita tenerezza verso di lui, me stessa e noi tutti.

Il film. E' indubbiamente molto bello, poetico, composto, anche nei momenti di dolore insopportabile, sceneggiatura di seta, ambientazione senza sbavature, bella fotografia, attori bravissimi (Moretti, tranne qualche momento, irrinunciabile, nei panni di Michele Apicella, sfiora la perfezione). Nulla è inadeguato, tutto è a posto, come nella grande casa con l'interminabile corridoio che collega la famiglia al lavoro. Ho trovato bellissimo che la fidanzatina del figlio con gli occhi da Bambi si chiamasse Arianna e inconsapevolmente offrisse una possibilità di uscire dal labirinto del dolore. Ho pianto, devo dire che ho pianto, quasi dai titoli di testa, aspettando che la tragedia si insinuasse nella perfezione, e mi sono rimproverata per la sfiducia iniziale, per il preconcetto.

Perché la rabbia. Avrei preferito che i genitori litigassero un po' e che si amassero meno, che i figli avessero almeno un pearcing o i capelli gialli o un piccolo tatuaggio e che rispondessero almeno una volta male, che la casa fosse un po' più disordinata e che l'analista avesse qualche tentennamento, ma forse, chissà, il dolore sarebbe stato appena più sopportabile in una vita nella quale c'è già qualcosa di "sbeccato", qualcosa di imperfetto. Ho singhiozzato nel momento in cui chiudono la bara. Immagini terribili per chi le ha già viste e terribili per chi non le ha mai viste. Ma, per una volta, sono d'accordo con il sacerdote quando dice che il padrone non abbandonerebbe la casa se sapesse che sta arrivando il ladro. E' profondamente vero, non si può vivere accanto alle persone pensando ogni istante che potrebbero morire. Ho però sperimentato personalmente che i lutti e le separazioni aumentano la comprensione, la sensibilità e l'ascolto verso le sofferenze e le difficoltà dei pazienti e ho pianto anche per il bravissimo Silvio Orlando che si vede negata la possibilità di soffrire per se stesso.

L'infinita tenerezza. Posso immaginare come e cosa mi risponderebbe Nanni Moretti rivendicando la "paternità" del suo operato. Un altro avrebbe creato un'altra storia e un diverso sentire. E dovrei dargli ragione. Ma non completamente.

Forse il mio modo di leggere il film deriva da un sogno segreto che fa sentire me e molti della mia generazione eternamente abbandonici e lievemente ipomaniacali, nella insaziabile attesa di ritrovare e riproporre quella famiglia ideale (che non è mai esistita, e per questo se ne sente così tanta nostalgia)nella vita privata, nella politica, nella professione, per poter ritardare ancora un po' la crescita e permetterci di essere ancora figli, anche se siamo già padri e madri con tanta fatica e tante responsabilità.

E' per questa ragione, forse, che la morte ci sembra così inaccettabile, tanto da negare la comprensione e l'ascolto ai vivi, perché pone fine all'onnipotenza, alla perfezione, alla speranza che tutto ancora si realizzi come vogliamo noi, perché ci priva della possibilità, nella vita privata e nella nostra professione, di continuare a pensare e a capire all'infinito rimandando ancora la definizione e la realizzazione.

Preferisco pensare che sia un film sulla famiglia, sulla vita ideale e reale, in cui la presenza della psicoanalisi non è così centrale, ma è tratteggiata a latere, discreta, un elemento di riflessione insieme con tanti altri, presente, ma non ingombrante. Proprio come cerco di sentire il mio lavoro giorno per giorno.

Questa parole finali mi sembrano così vere! Scusate la lunghezza, un salutone ed a presto.

22 Apr 2001, From: Fabrizio Marcolongo:

Stavo pensando se fosse possibile raccogliere tutte le testimonianze con questo topic in un articolo che riassumesse un po' tutte le nostre "impressioni"... iio suggerirei "emozioni", nella sezione cinema e terapia di Psychomedia. Spero che tutte le persone che sono intervenute accolgano l'invito, e spero che anche Paolo Migone accolga l'invito ad autorizzare alla pubblicazione i suoi interventi... come spero di tutti.

Prima però vorrei dire due parole anch'io sul film. Credo che al di là di alcuni vezzi da autore, inconfondibili riguardo "la poetica morettiana" (i suoi tratti ossessivi che in questo film diventano la battuta che lui immagina di dire alla paziente ossessiva "come flash onirico della veglia", direbbe Antonino Ferro, di fronte all'armadio delle sue scarpe da ginnastica per ogni terreno e per ogni occasione), questo film ci mette in contatto con la morte come evento.

Personalmente ho perso persone care nella mia vita. Ed ho apprezzato nel film la scena "ossessiva" della chiusura della bara. Come momento della verità umana, forse un po' kitch ma molto vero, sia per il rumore della fiamma ossidrica per sigillare il feretro che per il rumore delle viti, per fissare il coperchio. Il primo piano sulla vite "parker" (autofilettante) che si fissa con l'avvitatore. La concretezza serve per lo stato della realtà. Per aderire alla realtà. La morte come evento concreto. Lì nella rappresentazione cinemato-"grafica", come ad un evento che "cambia" lo stato mentale dello spettatore di film.

Giovanni Ruggero ha affermato: "...Insomma, il dibattito è indubbiamente interessante, ma non dimentichiamo che si tratta di un film...". Ecco proprio su questo crinale del sogno/realtà si muove il film, e credo che alcuni film possano ispirare la loro applicazione clinica, in termini terapeutici, proprio per questa caratteristica "neutrale" tra sogno e realtà. Ed anche il regista pensa a "tornare indietro" col pensiero, giocando "...a lasciarsi attore di ieri...", parafrasando un altro poeta italiano (Mogol) a ricercare "ossessivamente" "la freccia ferma" del suo destino di padre, lasciandosi a ricordare "a correre con suo figlio" via da quel destino... A volte l'ossessione è la carta da giocare, l'unica, per poter "fermare" le cose, il tempo, lo smuoversi. E' proprio in un viaggio che finisce il film. Con questo tipo di strumentazione, quella della narratizzazione nel film, è possibile costruire degli itinerari formativi. Anche con un film.

Su http://www.moviemotions.com ho voluto commentare la posizione di Freud rispetto al "cinema", in confronto con la produzione della Sacher s.r.l. proprio riguardo ai temi della psicoanalisi nel cinema. Guarda alla voce: http://www.moviemotions.com/home.htm la vespa di Nanni Moretti. Saluti!

23 Apr 2001, From: P. Roberto Goisis:

Il giorno 22-04-2001, Fabrizio Marcolongo ha scritto:
> Stavo pensando se fosse possibile raccogliere tutte le testimonianze con
> questo topic in un articolo che riassumesse un po' tutte le nostre
> "impressioni", ... io suggerirei "emozioni", nella sezione cinema e terapia
> di Psychomedia.
> Spero che tutte le persone che sono intervenute accolgano l'invito, e spero
> che anche Paolo Migone accolga l'invito ad autorizzare alla pubblicazione i
> suoi interventi, ....come spero di tutti.

Molto volentieri, mi sembra una bellissima idea, sono disponibile... come pensi di fare? Segnalo anche a chi non ne fosse a conoscenza un evento sul tema:

1st European Psychoanalityc Film Festival
London, 1-4 November 2001
http://www.psychoanalysis.org.uk/epff
Presidente: B. Bertolucci

all'interno del quale ci sara' uno workshop sul film (con Golinelli, Sabbadini, Moretti e Bolognini) ed una proiezione speciale del film stesso. Sarebbe interessante portare, anche solo come contributo, l'andamento della nostra discussione, magari collegandola con quella SPI. Attendo nuove. A presto.

22 Apr 2001, From: Antonio Gabriele Maone:

Vorrei contribuire con una breve nota al dibattito sul film di Moretti, solo riportando ciò che mi ha riferito in seduta un mio paziente dopo averlo visto. Mi ha prima chiesto se a mio parere Moretti avesse voluto fare un film "sulla psicoanalisi". Ho risposto che non avevo pensato ad una intenzione così precisa, anzi che tendevo ad escluderla. Il paziente (un giovane di 28 anni) ha invece avuto questa netta impressione: la morte del figlio (e la morte in generale) rappresenterebbe proprio il limite della risposta che la psicoanalisi può dare all'uomo contemporaneo. La morte, cioè, con le parole del paziente, segna il confine oltre il quale l'analista non ha più strumenti, non può "trascendere": il suo essere laico gli preclude il campo e palesa la sua impotenza, abbandonando il paziente di fronte al mistero della vita e della sua precarietà.

23 Apr 2001, From: Gaetano Rossi:

Il film di Moretti è anche un documentario sulla morte e sulla perdita. Rispetto alle altre culture in Occidente la perdita viene vissuta come una tragedia e sicuramente non viene affrontata bene. Freud diceva che l'uomo ha un istinto di autoconservazione. Ma davanti alla morte siamo tristi per i defunti o per noi stessi? Forse perché ignoriamo che cosa ne sia di quella persona? Hobbes riteneva che gli esseri umani fossero interessati principalmente a se stessi e questi sentimenti lo confermano.

25 Apr 2001, From: Fabrizio Marcolongo:

Il cinema utilizza il setting del "come se" in cui l'aspetto "reale" delle cose riguarda le emozioni e non la concretezza in sé delle cose. Direi che esiste un limite tra la realtà delle emozioni e la realtà delle cose: questo lo vedo spesso facendo Moviemotions. Ogni tanto uno dei componenti del gruppo dice: "Scusi ma questa espressione del viso è determinata dal personaggio o dall'attore?" - oppure, dopo l'esposizione di una emozione scaturita dalla visione - "Il regista pensava proprio questo quando ha fatto reagire così il protagonista?".

E' un po' questa la difficoltà che ha a che vedere con un altro problema, cioè con quello della alexitimia, e con la facilità degli alexitimici del lavorare con il "come se", considerando che l'alexitimia può essere focale, parcellare, ed di solito adesa ad un nucleo "quasi" non analizzabile. Il film può in questi casi darci una mano, sbloccare questi nuclei, sciogliere alcune brattee di difesa sulla questione "difficile", impronunziabile, il non-detto. Questo elemento della capacità del "film" di far dire cose "...che non si direbbero se..." si scorge quando il nostro protagonista Giovanni dice:

"Devo andare a vedere un film, me ne hanno parlato tutti i miei pazienti, potrei anche non vederlo perché me lo hanno già raccontato tutti, ma voglio vederlo. Penso che andrò!"

Da anni infatti esiste un'attività specifica di ricerca culturale della psicoanalisi del cinema, ma da naturalista, non da sperimentatore. Lo sperimentatore ha già creato varie tecniche: la tecnica del Moviemotions è una delle tante strappate allo snobismo di "Giovanni Sermonti". In questo film il non-detto, o il bastione potrebbe essere la morte, o in altre occasioni potrebbe essere un altro elemento che la coppia analitica "vive realmente" come inanalizzabile. Il Film in generale è un'ancora di salvezza rispetto a queste inanalizzabilità: la morte, la solidità della famiglia, ecc.

Questo snobismo di Giovanni, che si sviluppa piuttosto con la tematica dei vuoti, delle assenze, fa capolino ancora una volta attraverso una assenza, l'assenza di un computer e/o di Internet nella vita di Giovanni Sermonti...

Circa lo snobismo di Freud rispetto al cinema lascio qui due note:

La psicoanalisi ha dei "brutti ricordi" nella sua storia trasversale con il cinema. Non sono un erudito storico della "psicoanalisi e cinema" degli addentellati riguardo alla ricerca nel campo della regia (Bellocchio ecc.). Così rimane la parte effettivamente efficace, la parte che non guarda il proprio ombelico: la parte clinica. Storicamente l'unico elemento che riporterò è quello immortalato il 14/08/1925, sulla pagine della stampa locale viennese, riguardo alla smentita di Freud sulla partecipazione alla lavorazione di un film come consulente. Il commento di quelle lettere e pagine di critiche ai più "coinvolgibili" colleghi della Società Psicoanalitica, sono stati pubblicati sul sito www.moviemotions.com e sono sostanzialmente quei pensieri che hanno poi determinato l'affermarsi della tecnica "non vis à vis" della psicoanalisi.

Freud aveva inteso la rappresentazione cinematografica della psicoanalisi come ancorata alla seconda parte del termine cinematografo: cioè all'aspetto grafico della capacità di rappresentazione le astrazioni (abstractions) della psicoanalisi. La sua affermazione: "Non considero sia possibile rappresentare graficamente le nostre astrazioni in qualsiasi rispettabile maniera" (Lettera di Freud ad Abraham, 9-6-1925), è così riduttiva e così sintetica che dà quasi adito a pensare ad una concretezza del pensiero! Sempre attento alla questione in cui lo vede affermare che: "the struggle is not yet over!", all'unica intervista reliquata per la fortunata BBC, Freud sembra avere con il cinema, un atteggiamento così preso ad individuare gli aspetti negativi che forse non si è accorto di "gettare via il bambino con l'acqua". Le stesse parole di Freud:

"Nella lavorazione di un film accadono cose stupide. La compagnia che aveva tradito Sachs e Abraham avrebbe potuto non limitarsi a proclamare al mondo il mio 'consenso'. Ho protestato vivamente a Sachs, oggi la Neue Freie Presse ha pubblicato una smentita. Nello stesso tempo salta fuori che Bernfeld e Storfer sono coinvolti in una simile impresa. Non riuscirò a trattenerli poiché fare dei film pare sia inevitabile, sembra come un taglio alla paggetto, ma non voglio tagliarmi i capelli a quella maniera e non ambisco essere portato in personale contatto con nessun film" [Lettera di Freud a Ferenczi, 14-8-1925].

Data la causticità della allusione sul taglio di capelli 'alla paggetto', la battuta di Freud, che riguarda il potere della cultura 'audiovisiva' vincente, che era già vincente allora, ha tutta la verve altezzosa della borghesia viennese in gita al Grinzing, o seduta da Sacher, per una fetta di torta. Una borghesia Viennese lontano dai Fratelli Lumière, con quel sentore di polvere come la sala degli Specchi a Schönbrunn, imitazione della Sala degli Specchi a Versailles. Così già in quegli anni l'America faceva sentire il suo centro di cultura con l'industria cinematografica di allora, rispetto alla morente capitale della cultura: 'Vienna'.

Nanni Moretti ne La stanza del figlio ci porge il 'suo' modo di gustare una fetta di Sachertorte, considerando anche un metodo audiovisivo di comunicare le emozioni, un modo molto bello di rappresentare graficamente la vita e le 'astrazioni' che ne fanno parte. Così ho pensato ai campi della prevenzione, e della formazione in cui questa tecnica poteva essere applicata.

Bibliografia: http://www.onlinecounselingdegrees.net/resources/sigmund-freuds-life-theories-works-and-critics/.

25 Apr 2001, From: Giovanni M. Ruggiero:

Ha scritto il 4/4/2001 la collega SPI citata da P.R. Goisis il 11-4-2001:
>Lo confesso, sono una morettiana da sempre. Perché sono cresciuta
>parallelamente, malgrado e grazie ai film di Moretti (sono nata nel
>1954). Perché nei suoi film eravamo, dico eravamo nevroticamente e
>argutamente rappresentati, noi giovani di allora, politicamente illuminati, divoratori
>di libri, pieni di ideali e di dubbi...

Mi viene un dubbio (sicuramente ossessivo). Come si fa a sapere di essere una persona piena di dubbi? Come faccio a sapere di essere una persona dotata di senso critico? Ancora più cattivello: esiste un narcisismo della coltivazione del dubbio? Ovvero, discutiamo di tutto, ma non del fatto che io sono una persona piena di dubbi? ;-)

Non è proprio un off-topic. Da quando è iniziato questo dibattito su Moretti è mancata la voce degli anti-morettiani (tuttavia a tratti invocati e/o evocati, come fantasmi sullo sfondo). Mi pare che questo tema (coloro che potrebbero non aver apprezzato il film) ha increspato come un'onda leggera in varie occasioni la discussione, ma nessuno ha davvero risposto al sasso gettato dai morettiani.

Il film è indubbiamente bello (o soltanto bellino?) ;-) Ma potrebbe essere interessante chiedersi perché a qualcuno potrebbe non piacere. Naturalmente le ragioni del non gradimento di Moretti da parte di alcuni andrebbero analizzate da un punto vista psicologico.

Quindi ribadisco. Un possibile limite dei film di Moretti potrebbe essere un sottile narcisismo della coltivazione del dubbio che li permeerebbe, un serpentello che striscia sottopelle? Ovvero, discutiamo di tutto, ma non del fatto che io sono una persona piena di dubbi? E' possibile che lo stesso Moretti viva tormentosamente questo dubbio (quindi, in realtà, il dubbio di essere un narcisista che si specchia vanitosamente nel suo essere dubbioso, pieno di senso critico verso l'esistente, ce lo ha) e per questo ha voluto fare un film su un tema così tremendo, la morte di un figlio? Affrontare un tema terribile per uscire finalmente dal circolo viziosetto dell'eterno riflettere (un po' adolescenziale) su sé stessi.

Un po' di pepe in questo forum su Moretti in cui tutti sono un po' troppo d'accordo tra loro non guasterebbe. Arrivederci.

25 Apr 2001, From: Marina Chiola:

Giovanni Maria Ruggiero ha scritto:
>Ma potrebbe essere interessante chiedersi perché a qualcuno 
>potrebbe non piacere.

Io sono sempre stata una morettiana convinta, ma questo film non mi e' piaciuto molto. Ho avuto la sensazione che si sfiorassero molte tematiche, senza pero' approfondirne nessuna. Ho trovato anche poco convincente l'interpretazione di Moretti.

27 Apr 2001, From: Tullio Carere:

Ho trovato molto utile questo contributo di Maone:
:>Vorrei contribuire con una breve nota al dibattito sul film di Moretti, solo
>riportando ciò che mi ha riferito in seduta un mio paziente dopo averlo visto.
>Mi ha prima chiesto se a mio parere Moretti avesse voluto fare un film
>"sulla psicoanalisi". Ho risposto che non avevo pensato ad una intenzione
>così precisa, anzi che tendevo ad escluderla. Il paziente (un giovane di 28
>anni) ha invece avuto questa netta impressione: la morte del figlio (e la
>morte in generale) rappresenterebbe proprio il limite della risposta che la
>psicoanalisi può dare all'uomo contemporaneo. La morte, cioè, con le parole
>del paziente, segna il confine oltre il quale l'analista non ha più
>strumenti, non può "trascendere": il suo essere laico gli preclude il campo
>e palesa la sua impotenza, abbandonando il paziente di fronte al mistero
>della vita e della sua precarietà.

In un articolo di prossima pubblicazione Sergio Benvenuto sostiene una tesi che assomiglia molto a quella del paziente di Maone. Ne riporto, col suo permesso, alcuni passaggi:

<<...secondo me questo film parla di fine dell'analisi in un'allusione anche generale, storica: che l'epoca della psicoanalisi è finita, e quindi - in qualche modo - è finita la psicoanalisi stessa. Il che non significa che essa non possa continuare in qualche modo a vivere - ma appunto, se vuol vivere (in modi che ci sono ancora oscuri) non può sopravvivere a se stessa, come oggi, troppo spesso, fa. Se la psicoanalisi vivrà, non potrà più essere quella che, a parte forse qualche eccezione, abbiamo conosciuto finora... Moretti è un autore che si è quasi specializzato nel rappresentare figure storiche giunte al capolinea... non ho dubbi che in La stanza del figlio abbia presentito la fine della psicoanalisi - almeno nella sua forma classica, aulica, ortodossa - e che quindi il suo film segni il tramonto, anche in Italia, della cultura freudiana, e delle subculture ad essa connesse. Tramonto doloroso, non c'è dubbio (anche per me): la fine dell'analisi non è un trionfo liberatore, un'emancipazione giuliva - come cercano di farci credere alcuni anti-freudiani superficiali e reattivi - ma è un arido e lungo processo di lutto... Giovanni non è un pedofilo o un nevrotico, qualcuno che soffra di disturbi psichici "analizzabili". E' uno che si spezza per un trauma esterno, la perdita di un figlio. Questo punto è essenziale. Proprio nella misura in cui la mancanza, il trauma, vengono dall'esterno, entriamo nel cono d'ombra dell'incertezza: che cosa la psicoanalisi ha da dire sul dolore causato dalla perdita esterna? Eppure la psicoanalisi pensa che non solo il lutto della famiglia Sermonti, ma qualsiasi cosidetto "disturbo psichico" abbia la propria fonte in un accidente traumatico. In fondo, le complesse e grandiose teorie analitiche sulle nevrosi e psicosi non si riducono tutte, in qualche modo, alla tesi secondo cui ogni patologia è la conseguenza di un lutto mancato o fallito? Ogni scuola usa la terminologia propria - chi parla di mancanza, chi di castrazione, chi di assenza del seno, di frustrazione, di hopelessness, ecc. - ma sempre attorno ad un lutto, ad una perdita, la teoria gira. Ora, è proprio quando il lutto è dato come tale - come risposta ad un evento accidentale - che il discorso analitico tace! La psicoanalisi è tanto ciarliera sul fallimento del lutto, resta muta di fronte al lutto stesso... Il lato inquietante di questo film è proprio questo: è unicamente il trauma, la perdita, che provoca la crisi di quel sistema familiare e di ognuno di loro. Le cause della dissoluzione della felicità non sono interne - come vuole l'ortodossia psicoanalitica - ma puramente esterne. Vale a dire, una perdita senza senso sgretola il sistema di senso su cui si basava quell'intreccio "abbastanza buono". Non c'è alcuna ragione profonda di questa crisi. Ma il fatto che la crisi - che porta l'analista a finire l'analisi, cioè a smettere di essere analista - non abbia una fonte veramente interna è proprio ciò che disgrega, ulteriormente, quel sistema, che si basava sul senso. Il crollo della felicità ideale comporta come conseguenza la perdita di senso di un modo di vivere e di pensare che eleggeva quell'ideale di felicità. Ognuno si trova confrontato con un vero vuoto, che di contraccolpo, après coup, fa apparire la felicità precedente come essa stessa, in fondo, vuota... La tradizione psicoanalitica data la propria nascita simbolica a partire da questa eliminazione della colpa traumatica esterna: i "traumi" che contano sono solo interni... Il film, in effetti, ci confronta a quel che chiamo il vuoto centrale - coagulatosi in questo caso nella perdita di Andrea - ma non per interpretarlo o decostruirlo... In sostanza, lo capiamo sempre meglio, Giovanni è un fossile. Per questo pare simboleggiare una certa fossilizzazione della psicoanalisi. La pretesa analitica di dissotterrare l'inconscio come l'archeologo dissotterra le città sommerse - famosa metafora di Freud - di fatto fossilizza il passato, costringendo il presente a ruotargli attorno... Questa fossilizzazione si compie proprio attraverso la scommessa analitica di cercare nella storia di ognuno il senso ultimo del malessere presente. Pur aspirando a liberare il presente dai lacci e lacciuoli della storia passata, di fatto - dice in sostanza Moretti - l'analisi rischia di avvitarci al nostro passato come supposta fonte del senso di quel che siamo e facciamo. Così facendo, ci distoglie da quel vuoto - più o meno "realizzato" in qualche mancanza reale - con cui prima o poi dobbiamo fare i conti. Questo vuoto in realtà pesa come un macigno, perché è un grumo di non-senso: assenza, mancanza, perdita traumatica, vuoto del proprio essere. Eppure è questo confronto spaventoso con la Cosa - vale a dire con una mancanza ben reale - a de-fossilizarci.

Questo orrore, paradossalmente, può sferzarci verso la vita. Dopo il trauma, confrontato con il peso del vuoto, Giovanni non può continuare per inerzia com'era prima: come preso a calci dal lutto, deve darsi una mossa.>>

Dunque dopo la messa anche la psicoanalisi è finita. Almeno quella psicoanalisi che non è attrezzata al "confronto spaventoso con la Cosa". Ma non c'è già ora, all'interno del campo psicoanalitico, qualcuno che osa affacciarsi a questo "vuoto centrale"? Secondo Salvatore Freni autore de "La dimensione mistica nell'esperienza psicoanalitica" (http://www.psychomedia.it/pm/modther/integpst/freni.htm), c'è già qualche psicoanalista (almeno Winnicott, Lacan, Bion) che non arretra difensivamente davanti a questo vuoto. Segnalo anche il mio breve commento: "Mistica, religione e psicoanalisi" - Commento a "La dimensione mistica nell'esperienza psicoanalitica", di Salvatore Freni>> (http://www.psychomedia.it/pm/modther/integpst/frenintro.htm). 

28 Apr 2001, From: Danila Moro:

Per quanto ben argomentata e interessante, la tesi qui sostenuta [vedi mail di Tullio Carere del 27-4-2001 che cita Sergio Benvenuto] mi sembra una forzatura del film di Moretti. Moretti è sempre stata una voce critica delle figure istituzionali o istituite, così come ha spesso messo in luce punti oscuri della coscienza sociale di una generazione che ha vissuto un momento di grandi cambiamenti, di fermento e di grandi ideali, con tutte le contraddizioni delle ideologie forti, che pretendono porsi come prospettive assolute di lettura del mondo. Nella misura in cui anche la psicoanalisi vuole porsi come lettura assoluta, essa può incorrere negli strali della vena critica di Moretti.

Ma a mio avviso, questo non è un film sulla psicoanalisi. E' un film sulla perdita. Una perdita tra le più tremende, quale è la morte di un figlio, che è morte a molteplici livelli, anche di quella parte di sé che rivive in altra sembianza nel frutto della propria generatività. Chi è colpito dal lutto è uno psicoanalista. Un uomo, che, come tutti gli uomini, deve confrontarsi col mistero della vita e della morte e trovare una, sempre difficile e non sempre raggiungibile, composizione soggettiva di questa aporia che fonda il senso dell'esistere.

Non mi sembra che la situazione esposta dal film sia così fondamentalmente diversa dal meccanismo del trauma e della perdita in altri contesti: l'evento esterno crea una frattura con la vita precedente e il suo assetto, il collante usato per tenere insieme le tazzine ora non regge più. Ma anche prima le tazzine erano rabberciate. Il protagonista è costretto a fermarsi, a fare vuoto intorno a sé e dentro di sé per accogliere le emozioni dolorose e devastanti che il tremendo lutto ha attivato.

Moretti lascia aperta la conclusione del film. Che farà Giovanni dopo? Riprenderà a fare l'analista? O trascorrerà le giornate a fare jogging allucinando l'immagine del figlio che corre accanto a sé? Il viaggio finale, col dolce paesaggio del mare sconfinato e la visione del confine, che sarà attraversato dalla giovane coppia, mi porta a pensare che sia possibile un nuovo inizio e che il dolore si possa lentamente trasformare in nostalgia.

1 May 2001, From: Serena Di Marco:

Sono d'accordo con la collega, di cui ho apprezzato l'opinione. Vorrei anche aggiungere che il film non mi sembra affatto un testo sulla psicoanalisi, ma piuttosto sembra riguardare - più che la perdita - il tema del dolore e le sue diverse possibilità di elaborazione.

I pazienti dell'analista Sermonti soffrono tutti, tutti loro hanno a che fare con varie sintomatologie costruite sulla difesa da emozioni dolorose impensabili. Ma l'esperienza del dolore per la perdita di qualcosa di vivo e prezioso, cioè di un figlio, di cui a volte ci si può non sentire soddisfatti e che non è sempre come si vorrebbe che fosse, diventa centrale anche per lui, che - in quanto padre - si confronta con il senso di colpa, con i "se", con la rabbia come emozione quasi destrutturante, insomma con un evento che sembra attaccare tutta la sua vita :vita che, poco prima, sembrava proprio "rosa", da famiglia felice.

Come a volte accade, è la possibilità di contenere il dolore e di trasformarlo che consente poi - a partire dagli stessi pazienti dell'analista Sermonti - di continuare a vivere comunque, nel rapporto con un affetto non più fisicamente vivo, ma piuttosto presente come "oggetto interno" (dice la canzone "si muore anche un po' per vivere"...) ed ugualmente in intenso contatto con chi è rimasto qui. A differenza da quanto ho letto qui in rete, ed al di là delle dissertazioni sullo stile morettiano e le sue evoluzioni, credo che sia un buon film.

1 May 2001, From: Renata Rizzitelli:

Cara collega, mi sembra che questo bel film ci dia la possibilità di metterci in contatto con la "finitezza" degli eventi umani. In un momento storico e sociale nel quale mi sembra di ravvisare la difficoltà ad accettare i "limiti dell'umana competenza", l'esempio un po' oleografico della famiglia Sermonti e della sua perfezione ci racconta come l'uomo, di fronte ad alcuni dolori, diventi impotente.

Dopo il film, mi é affiorata nella mente, l'immagine di Onassis, dopo la morte del figlio. Pochi anni prima egli aveva dichiarato che il dolore é più sopportabile ai bordi di una bella piscina con un cocktail in mano che in una situazione di povertà. Io penso che la morte del figlio l'abbia ucciso, nonostante tutto. Sono d'accordo con te, non si tratta di un film "sulla psicoanalisi", secondo me la figura dello psicoanalista é servita per accentuare e spiegare, scegliendo un personaggio particolarmente capace di elaborare le perdite, che in alcune occasioni che la vita a volte ci impone, siamo tutti accomunati. Allora scendiamo dentro il nostro essere fino allo strato roccioso, in fondo a tutto, dove ci sono i fossili che il figlio di Sermonti aveva rubato per scherzo. Bello scherzo anche morire, e mettere in contatto un uomo "arrivato" con sue incrinature e sbrecciature! Ciao a tutti.

1 May 2001, From: P. Roberto Goisis:

Partito per una breve vacanza, ero rimasto con il pensiero all'intervento di Sergio Benvenuto, riportato da Carere il 27-4-2001. Raramente mi sono trovato più in disaccordo con il parere di qualcuno come in questo caso. Non che le cose dette siano esposte male o non abbiano un loro senso, ma... E' vero, come ho già detto, che considero un film come l'equivalente di un test proiettivo, ma davvero mi sembra che in questo caso l'opinione espressa dal collega non c'entri nulla con il film in questione... e forse neppure con la psicoanalisi. O, per lo meno, con quale psicoanalisi, con quale fossile o dinosauro psicoanalitico recuperato chissà dove non capisco proprio. Mi fa piacere, invece, aver trovato al mio ritorno degli interventi (Moro, Di Marco e Rizzitelli) che condivido e che vanno nella direzione di questa mia perplessità.

A proposito di associazioni e proiezioni... l'aver passato varie frontiere in zone piene di suggestioni su questi passaggi, anche di appartenenza nazionale ed etnica, mi ha dato un ulteriore stimolo al ricordo ed alla lettura del film. Ho pensato che forse e' anche un film sui confini e che forse proprio per questo motivo mi ha cosi' coinvolto. Provo ad elencarne ed a spiegarne alcuni:

Fra il Moretti pre- e post- questo film; fra l'adolescenza e l'età adulta; tra il figlio/famiglia modello e la trasgressione; tra il vero ed il falso (Andrea mente perché in realtà ha rubato il fossile, oppure dice la verità?); tra lo studio e la casa dello psicoanalista (un punto centrale secondo me delle separazioni di ruolo); tra la fiducia nel nostro lavoro ed i mille dubbi che ci prendono nella pratica clinica; tra la nostra mente e quella degli altri; tra il caso ed il destino (questione che e' il vero momento di confine tra le due parti del film); tra la vita e morte; tra il dentro ed il fuori; tra la gestione personale del dolore e quella collettiva e sociale (tutti sembrano chiudersi dentro di se', tranne la figlia che infatti viene quasi dimenticata); tra l'immagine idealizzata di un analista capace di capire e risolvere tutto e la realtà di un essere umano, prima di tutto, che poi fa anche l'analista; tra il rimorso e la rassegnazione; tra il prima ed il dopo; tra il ricordo struggente del passato e l'investimento sul futuro (Arianna ed il suo fidanzatino); ecc.

Ed il film finisce proprio passando un confine... 

Scusatemi... ma non posso promettere che questo sarà il mio ultimo intervento sul tema... Con affetto

9 May 2001, From: Luciano Mecacci:

Segnalo un interessante commento di Sergio Benvenuto al film di Moretti leggibile in http://www.clorofilla.it. Con l'occasione mi permetto di segnalare anche il mio articolo-recensione sullo stesso film, intitolato "Dal profondo mare", in corso di stampa sul prossimo numero de La Rivista dei Libri.


Vai al dibattito avvenuto nella lista della SPI


PM - HOME PAGE ITALIANA NOVITÁ MAILING LISTS DIBATTITI